CGIL Salerno

Gerardo BARRELLA nuovo Presidente FEDERCONSUMATORI Salerno

Il Comitato Direttivo Provinciale della Federconsumatori di Salerno,il giorno otto Settembre, alla presenza del Presidente Regionale, Giovanni Berritto e del Segretario Generale della CGIL di Salerno, Antonio Apadula, ha eletto all’unanimità, Gerardo Barrella quale nuovo Presidente.

Ex tecnico delle Ferrovie dello Stato, già assessore al comune di Baronissi, è stato, Segretario Generale dello SPI Provinciale di Salerno, che ha guidato con mano sicura , facendolo diventare una delle categorie più rappresentative della Campania. Succede a Emilia Muoio, alla quale vanno i ringraziamenti per il lavoro svolto.

. “Ringrazio per la fiducia accordatami dal Direttivo Provinciale e dai Centri Regolatori Regionali e Nazionali della Federconsumatori e la CGIL Provinciale di Salerno.

Dopo essermi impegnato nella tutela dei Pensionati, oggi ho l’occasione di svolgere un ruolo nel quale mi sono sempre identificato per la tutela dei più deboli,

Lavoreremo per essere vicini a tutti i cittadini e rispondere in maniera adeguata alle richieste che giungeranno ai nostri sportelli.

In una società che ha sempre di più la necessità di difendere i cittadini meno abbienti dalla “Macchina Burocratica” e dare voce al singolo cittadino che avrebbe difficoltà ad interloquire e rappresentare i propri disagi, il ruolo della Federconsumatori, in sinergia con altre Associazioni di tutela, assume un ruolo principale e decisivo”

Questa la sua prima dichiarazione, non resta che augurare buon lavoro al Compagno Gerardo Barrella.

COM’E’ CHE NON RIESCI PIU’ A VOLARE

L’ultimo rapporto dello SVIMEZ non lascia margini di dubbio: il Sud è in caduta libera. I dati forniti sono spaventosi. PIL e saldo occupazionale sono in picchiata; un terzo della popolazione è oramai a rischio povertà e i soggetti più esposti sono ovviamente donne e giovani, e se si considera che il 70% dei posti di lavoro persi nel nostro Paese sia al Sud, e che la fascia di età che va dai quindici ai trentaquattro anni sia la più penalizzata il quadro sia completo.

Secondo lo Svimez, a fronte di una crescita media del Pil del 3,4 per cento nel 2022, quello del Mezzogiorno aumenterà solo del 2,8% a fronte del 3,4% del Nord-Ovest e del 4,7% del Nord-Est, ma in linea con l’Italia centrale. Nel 2023 andrà anche peggio, con una media dell’1,5% il Pil del Mezzogiorno non arriverà neanche all’1%, contro l’1,9% del Nord-Ovest e l’1,4% del Nord-Est e questa volta un buon recupero del Centro, che si attesterà all’1,7%. Il divario permane anche nel 2024.

A risentirne è soprattutto il lavoro: il recupero del dato occupazionale, si fonda quasi esclusivamente su contratti di lavoro dipendente, a termine e tempo parziale involontario, che ha “sostituito” il lavoro stabile. In conseguenza di una maggiore incertezza, e anche di un’acuita povertà, frenano i consumi, poiché più di un terzo delle famiglie del Mezzogiorno si colloca nel 20% delle famiglie più povere del nostro Paese.

Lo squilibrio territoriale, si traduce immediatamente in un maggiore impatto dell’inflazione, e di riduzione della spesa.

Molti governi si sono cimentati nel corso degli anni, mettendo in atto politiche di sostegno, creando istituti di credito ad hoc, nel tentativo di attirare investimenti al Sud, i risultati sono stati rovinosi! Visitate le zone industriali, le zone di sviluppo artigianale, i distretti specialistici di questa o quella produzione, troverete ruderi e macerie in un paesaggio desolante da “Day After”.

Gli investimenti di rapina, fuori dal contesto sociale e culturale hanno lasciato alle loro spalle il deserto, con buona pace dei politici che li hanno sponsorizzati, cedendo forse alla corruzione, con la sola finalità di raccogliere consensi elettorali.

Forse i risultati sarebbero stati diversi se si fosse tenuto conto del fatto che c’è un altro Sud! C’è un Sud con la sua cultura, con una sua idea delle cose e sul come farle, che ha un suo patrimonio culturale, che potrebbe rialzarsi da solo, se solo gli si consentisse di ripartire da ciò checondivide, non da ciò che è stato artatamente importato, cioè la cultura dell’industrializzazione.

Nel Mezzogiorno vi è uno straordinario patrimonio culturale. La cultura può e deve essere una delle leve essenziali per affondare il gap che segna il sud dal nord del Paese, la CGIL l’ha affermato con decisione a Bari, in un’iniziativa che si è svolta nei giorni scorsi.

Per L’unità e la crescita del paese, questo lo slogan con cui si sono aperti i lavori a Bari. Dal dopoguerra a oggi tutti i progetti di sviluppo sono stati calati dall’alto. Progetti che hanno negato le specificità, le vocazioni; si è sempre trattato progetti estranei alla cultura del Sud, che non hanno tenuto conto della ricchezza dei territori, delle bellezze naturalistiche, delle sue comunità che conservano preziose testimonianze della loro cultura arcaica, dei giacimenti culturali straordinari ridotti in stato di abbandono.

Occorre ripensare il modello di sviluppo per il Sud, prima che sia troppo tardi. Per questo motivo ”C’è bisogno di un sistema nazionale della cultura, che indichi i livelli essenziali delle prestazioni, per far questo occorrono risorse destinate, e il Pnnr può essere un’occasione formidabile, occorrono però le volontà politiche” Questo il passaggio dell’intervento del Segretario Generale della CGIL, nelle sue conclusioni.

Ribaltare la tendenza in atto è fondamentale. Per cogliere fino in fondo le opportunità offerte dai finanziamenti europei, bisogna compiere delle scelte politiche chiare, efficaci, e condivise, gestite da una “governance” chiara e partecipata. La CGIL, raccoglie la sfida, è pronta con proposte indicando le priorità necessarie, dando così il proprio contributo.

LA VIOLENZA FEMMINICIDA

Alessandra, Silvana, Marzia, Valentina, Catena Debora, la lista potrebbe continuare a lungo, sono settanta le vittime dei femminicidi dall’inizio del 2022. La donna uccisa più giovane aveva quindici anni, la più anziana novantaquattro. Erano mogli, fidanzate, amanti, sex worker, la stragrande maggioranza, vittime di uccisioni in ambito familiare, quindi padri, zii, fratelli, e soprattutto partner o ex partner.

Almeno un caso con violenza o stupro prima dell’omicidio, almeno sei casi con denunce o segnalazioni per violenza o persecuzione nei mesi precedenti. Si tratta di uomini che avevano già precedenti penali connessi a violenze, persecuzione, stalking, abusi nei confronti di donne che frequentavano (mogli, colleghe, madri) in molti casi i figli minori erano presenti e hanno assistito all’omicidio, moltissimi minorenni sono rimasti orfani a seguito del femminicidio della madre.

Questi, per sommi capi, i dati nudi e crudi, il bollettino di guerra infinito e al momento inarrestabile, che ci consegna l’osservatorio di “Non una di meno”.

A ciascuno dei nomi del lungo elenco delle vittime della mattanza, andrebbe associato anche quello di un uomo, dell’assassino, ma forse sarebbe un esercizio inutile, perché, al di la del nome, il denominatore comune del killer sempre uno solo: il genere.

Una cosa balza subito all’occhio: gli stupri, le sevizie, i femminicidi, i maltrattamenti di ogni genere che le donne subiscono, si consumano nel silenzio, molto spesso tra le pareti domestiche, luoghi, per definizione, di condivisione, di amore, di complicità, di aiuto reciproco.

Quando un uomo, anziché interrogarsi sul fallimento della propria vita amorosa, quando anziché elaborare il lutto per ciò che ha perduto, perseguita, colpisce, uccide la donna che lo ha abbandonato, mostra il proprio limite di genere, un limite invalicabile.

Rivendica un diritto di proprietà assoluta, di vita e di morte, sul proprio partner, non è mai una manifestazione dell’amore, ma, come ricordava Adriano Sofri in un articolo apparso su Repubblica, il 3 maggio 2012, la sua profanazione.

Non c’è femminicidio nel mondo animale. Il maschio dell’uomo è prigioniero della propria struttura mentale. Non sopporto di non essere più tutto per te, dunque ti uccido, o mia o di nessun altro, è questo vuoto che si determina, che lo porta a uccidere.

Una donna, per l’uomo, è la cifra del proprio limite, qualcosa di “altro” che non si può disciplinare, sottomettere o possedere integralmente, e, come sostiene il filosofo Lacan, mette a confronto “l’idiozia del fallo” con il godimento femminile, che appare al maschio senza misura, senza confini, senza il “ limite” della dimostrazione, molteplice, invisibile, una sessualità che non conosce padroni.

Ed è di fronte a quest’ universo, sconosciuto e misconosciuto, che scatta la violenza possessiva maschile, come tentativo di dominare un regno che non ha confini, un regno “altro”da lui se pur complementare.

Ricordando il mito dell’uomo archetipo, poi dimezzato dagli dei, Platone diceva che ogni uomo e per se stesso un simbolo, in altre parole unità divisa (Symballon in greco) metà di un intero, in cui traspare la parte mancante, sia essa maschile o femminile, simbolo di un’unità, che dal suo passato remoto lo richiama a una ricostituzione.

Per un uomo amare una donna è un’impresa ardua, è amare la sua alterità, completamente, questa è la chiave per intendere un’etica della relazione tra persona e persona, tra uomo e donna, ma anche tra uomo e pianeta.

Con tutta la loro problematicità, queste riflessioni ci interrogano, ci mettono a nudo, ci chiamano a riconoscersi, l’un l’altro, come soggetti, all’interno di un’etica del rispetto.

 

TROVARE LA MERICA

“Io non augurerei a un cane o a un serpente – alla più bassa e disgraziata creatura della Terra – non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano”
Dichiarazione di Bartolomeo Vanzetti, 9 aprile 1927, nell’aula del tribunale di Dedham, Massachusetts.

 

E’ passato più di un secolo dal giorno in cui Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti furono fermati a South Bridgewater, mentre su un tram sferragliante stavano ritornando a casa dopo un incontro con due amici andato a monte. Nei loro cappotti sono trovati alcuni volantini anarchici e due pistole.

Sin da subito pensarono di essere stati arrestati perché sovversivi, perché contrari alle politiche razziste americane, perché attivi ormai da tempo nelle battaglie sociali combattute dagli emigrati italiani, nelle fabbriche, nei dormitori delle città, dove vivevano in condizioni penose.

Invece, sono accusati di averi compiuto una rapina avvenuta in un sobborgo di Boston, alcuni giorni prima del loro arresto, rapina in cui erano stati uccisi due uomini, il cassiere di un calzaturificio e una guardia giurata.

 

Bartolomeo Vanzetti (Tumlin per gli amici) era nato nel 1888 a Villafalletto nel cuneese, pescivendolo, figlio di un agricoltore a vent’anni entra in contatto con le idee socialiste, decide poi di partire per l’America, miraggio di una vita migliore per molti italiani dei primi del Novecento. Tra il 1865 e il 1915 circa 26 milioni d’immigrati giungono in America dall’Europa sud orientale. Gli immigrati non conoscono la lingua, sono cattolici, poco istruiti, la povertà e la fame di lavoro, permette lo sfruttamento selvaggio.

Nicola Sacco era un ciabattino nato il 22 Aprile del 1891a Torremaggiore in provincia di Foggia, arrivato negli USA, trova lavoro come operaio in una fabbrica di scarpe. Dieci ore al giorno per sei turni la settimana, è sindacalizzato e partecipa attivamente alle manifestazioni operaie, spesso tiene dei discorsi ai compagni. Per quest’attività è arrestato. Rilasciato, incontra la persona con la quale condividerà il suo destino: Vanzetti.

Sì, erano anarchici. Lottavano perché potesse concretizzarsi il sogno di una scuola per tutti, affinché la giustizia e i diritti potessero entrare nei luoghi di lavoro, per far sì che gli immigrati avessero un trattamento da persone civili.

Il 31 maggio 1921 si apre a Dedham un processo farsa contro Sacco e Vanzetti. L’istruttoria dura più di un anno, soprattutto perché i testimoni oculari non identificano certamente i due italiani, ma è inutile. Non solo le testimonianze erano in condizione di confermarlo, ma anche i documenti rappresentavano la certezza della loro estraneità ai fatti e quindi della loro totale innocenza; ma i testimoni della difesa vengono considerati inaffidabili perché italiani, e quindi tendenzialmente portati a mentire.

Il procedimento prende subito dopo un taglio politico.

Nel 1918 i loro nomi erano stati iscritti nelle liste dei potenziali sovversivi, c’è un clima pesante negli USA, mentre in Russia è scoppiata la rivoluzione, e il governo si prepara a deportare gli emigranti non graditi, quelli che ritiene pericolosi. Non ostante le incertezze e alcuni vizi procedurali, la giuria, infoiata dalle argomentazioni del pubblico ministero, che eccitano i peggiori sentimenti patriottici e il timore del “ pericolo rosso” il 14 luglio 1921 pronuncia la sentenza di condanna a morte per entrambi per omicidio di primo grado.

Trascorreranno sette anni, prima dell’esecuzione. Anni in cui la difesa presenterà, al Governatore del Massachusetts ben otto istanze di revisione del processo. A nulla varrà perfino la dichiarazione di un detenuto portoghese, Celestino Madeiros, che confessava la rapina, scagionando completamente Sacco e Vanzetti.

Sette anni di grandi battaglie, misero il mondo intero di fronte all’ignobile scelta del governo americano: sette anni che servirono alla difesa a smontare tutte le tesi dell’accusa e a presentare i veri responsabili dei fatti criminosi, ma non fu sufficiente a convincere il pubblico ministero, il presidente del tribunale, il governatore del Massachusetts e il presidente degli Stati Uniti.

Così, tra le proteste del mondo in un’afosa notte di agosto in una Boston militarizzata, in uno Stato spaventato e in una Nazione costernata, la corrente elettrica passò nel corpo di Nick e Bart. Per primo muore Sacco, alle 0,19. Poi Vanzetti sette minuti dopo.

Al loro funerale prese parte quasi mezzo milione di persone, manifestazioni di protesta anche violente, si tennero in ogni dove. In diverse città europee, comprese Londra e Parigi, si svolgono imponenti manifestazioni popolari contro gli USA. I corpi dei due italiani sono cremati, e le urne portate in Italia da una delle sue sorelle, Luigina Vanzetti.

Il 23 Agosto del 1977, nel 50° anniversario dell’uccisione di Sacco e Vanzetti, il governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, li riabilita, affermando “ Io dichiaro che ogni stigma e ogni onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”.

 

Quando nel 1977, Vincenzina Vanzetti sorella dell’anarchico Bartolomeo, fu informata del fatto che il governatore del Massachusetts, Michael Dukakis, aveva deciso di dedicare una giornata alla memoria dei due italiani, assumendosi la responsabilità di una condanna ingiusta che aveva scandalizzato il mondo, confidò ai presenti che il suo obiettivo, quello di riabilitare la memoria del fratello, era stato raggiunto. Le sue parole la dicono lunga sull’importanza che lei assegnò alla sua battaglia: «Adesso posso anche morire in pace!», confidò al nipote Giovanni, indicando così la fine di una storia che l’aveva vista per circa vent’anni sempre in prima fila a sostenere una battaglia a tutto campo per il riconoscimento dell’innocenza del fratello e del suo amico Sacco.

La storia di una vicenda crudele e impossibile si ferma a questo punto.

(Historicus)

L’ETA’ DELL’ACQUARIO

Fin dalle prime luci dell’alba, di quel 15 Agosto di cinquantatre anni fa arrivarono, con ogni mezzo, alla fattoria di Max Yasgur, nella Contea di Sullivan.

Nel giro di poche ore, si radunò in quel campo vicino a Betel, piccola cittadina rurale a cinquanta miglia da Woodstock, una folla stimata nell’ordine di quasi mezzo milione di ragazzi, giunti dagli angoli più remoti dei 50 stati, per dare vita a “ tre giorni di amore, pace e musica”.

Il concerto, a detta degli organizzatori, fu un vero fiasco sotto il profilo economico, ma secondo altri non ci furono debiti, e il resoconto delle spese venne infarcito da bugie per dare credito all’ipotesi dell’insuccesso.

Resta un fatto: la folla straripante (almeno dieci volte superiore al previsto) attratta dell’evento, aveva sfondato le recinzioni, costringendo gli organizzatori, Michael Lang e soci, a dichiarare gratuito l’ingresso alla “Fiera della Musica e delle Arti di Woodstock”

 

Il raduno doveva chiamarsi “Aquarian Exposition”, ma il nome fu poi scartato. Il flusso che stava convergendo sul posto, aveva creato un ingorgo tale sulla Route 17°, l’unica strada che portava alla fattoria, da costringere i musicisti a raggiungere il palco in elicottero.

Fu un delirio. Quindici ore di musica al giorno, la migliore mai sentita fino allora.

Si parte il 15 Agosto alle 5 del pomeriggio, sale sul palco uno sconosciuto: Richie Havens (morto di recente),in verità in scaletta lui non era il primo, ma apri il concerto per sostituire la band che era rimasta bloccata nel traffico.

la conclusione sarà affidata a Jimy Hendrix con la sua “acida” e straziata versione dell’inno americano Star Spangles Banner. Suonerà il Lunedì mattina alle nove, in un prato oramai semideserto. L’esibizione era prevista per la sera precedente ma Jimy, deliberatamente, la spostò al mattino dopo, a festival finito, per non avere limiti di tempo.

 

L’evento fu celebrato nel docu-movie di Wadlegh-Scorsese che vinse l’Oscar come miglior documentario per il suo “montaggio a mosaico”. Parecchi gruppi e artisti, fino allora quasi sconosciuti, divennero star planetarie grazie al successo del film e degli album realizzati: è il caso di John Sebastian che giunto a Woodstock come spettatore, si trovò per caso a salire sul palco con la sua chitarra acustica, a causa del temporale che aveva costretto i gruppi elettrificati a fermarsi, entrando così nella “storia”.

Impossibile elencare tutti i partecipanti, molti altri furono dimenticati, poiché non vennero ripresi nel film, né inseriti nei vinili, anche perché parecchi artisti si esibirono alle prime luci dell’alba! di servizio nell’area del Festival.

Moltissimi artisti invitati declinarono, per i più svariati motivi, l’elenco sarebbe lungo, alcuni per tutti. Chi per snobismo ( Dylan) chi perché impegnato in sala di incisione (Simon & Garfunkel) assente pur se invitato, John Lennon, a causa del rifiuto degli organizzatori, di includere la Plastic Ono Band nella scaletta.

 

Durante il festival, andò in scena, la musica, e l’utopia di una generazione che gridava la propria libertà, che credeva che il rock, l’amore e il pacifismo, avrebbe potuto fermare la guerra nel Vietnam, cambiare il mondo.

Woodstock fu anche la dimostrazione che ci si poteva radunare in una così grande moltitudine, senza incidenti, senza violenze, in pace.

Ci furono però 5200 interventi medici, molti dei quali per “cattivi viaggi” e tre morti( uno investito da un trattore di servizio nell’area del Festival, mentre dormiva in un sacco a pelo, e due per overdose.

Contrariamente alle leggende in merito, a Woodstock non vi furono le nascite dei mitici sette bimbi, di cui due si chiameranno Woodstock. Nessuna rissa, né atti di violenza di sorta si registrarono in quei giorni.

E’ l’apogeo del movimento Hippy, della Flowers Generation, ma è anche il canto del cigno.

Il business s’impossessa del rock, lo piega ai suoi interessi discografici e commerciali, e la musica perde quella carica esplosiva e rivoluzionaria che fino a quel momento l’aveva caratterizzata.

La nemesi irrompe a Dicembre nell’autodromo di Altamont in California, dove si riuniscono quattrocentomila giovani per il concerto gratuito organizzato dai Rolling Stones ( un goffo tentativo di imitazione di Woodstock) E’ un disastro.

Pessima musica, cattive vibrazioni e tanta violenza. Si scatenano risse furibonde e un ragazzo, Meredith Hunter, viene accoltellato sotto il palco dal servizio d’ordine affidato agli Hell’s Angel, mentre Mick Jagger canta “ Under My Thumb”! Cala il sipario, è l’epitaffio della Woodstock Generation.

Historicus