IRAN, LA RIVOLUZIONE DELLE RAGAZZE

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Di fronte agli eventi che avvengono in paesi lontani, dei quali si ha scarsa conoscenza storica, per capire ciò che sta accadendo, bisogna affrontare un duplice sforzo: il primo è raccogliere il maggior numero di informazioni possibili, il secondo è analizzarle e decodificarle, sforzandosi di depurarle dall’ottica tipicamente occidentale, che anche inconsciamente ci impedisce un punto di vista più imparziale.
Il velo, o Hijab se si preferisce. Hijab è un termine generico che,a seconda delle accezioni può assumere una pluralità di significati: velo, tenda, schermo, inteso come separazione spaziale.
Il termine comprende anche tutti capi d’abbigliamento usati dalle donne musulmane, per coprirsi i capelli e in certi casi anche il volto. Esistono una pluralità di veli, e i messaggi che veicolano si differenziano a seconda della classe sociale dell’età, della professione della donna.
Semplice pezzo di stoffa dal punto di vista materiale, nel corso del tempo, in particolare durante il XX secolo, il velo è stato caricato con una infinità di significati, spesso tra loro contraddittori: simbolo di identità o repressione, strumento di segregazione o resistenza, tradizione da conservare o retaggio del passato da mettere al bando.
Il Corano non prescrive esplicitamente alle fedeli di nascondere i capelli, limitandosi a raccomandare nella sura 24-31 un abbigliamento decoroso che copra le «parti belle» (un simile invito è rivolto anche agli uomini), nella sura 33-59. Le regole intorno all’hijab sono il risultato dell’interpretazione data dai giuristi a poche righe del Testo Sacro; pertanto, hanno subito modifiche nel corso della storia e sono ancora oggi in continua evoluzione.
Nella storia della comunità musulmana, le mogli del profeta Muhammad furono le prime (e finché lui rimase in vita, le uniche) a mettere l’hijab.
Un biografo del profeta narra che,non essendoci nei singoli padiglioni i cosiddetti “luoghi di decenza”, questi erano posti all’estremità degli accampamenti, e le mogli del profeta, dovendo uscire di notte per i propri bisogni, venivano scambiate per schiave o per prostitute. Una delle sue spose Sawda, venne talmente disturbata, da convincere Muhammad ad ordinare alle sue mogli di portare il velo, per distinguersi dalle altre.
Non si tratta però di un’innovazione dell’Islam. La pratica del velo era infatti già radicata nel Medio Oriente, e nel bacino del Mediterraneo. In molte delle civiltà dell’epoca antica e tardo-antica, era obbligatorio per le donne rispettabili coprirsi i capelli in modo da differenziarsi dalle prostitute.
Al velo erano inoltre associate una serie di pratiche, volte alla segregazione femminile. Il principio di imporre un determinato abbigliamento come forma di controllo sulle donne è stato poi ripreso dal cristianesimo: più precisamente, nella prima lettera ai corinzi di san Paolo, ribadendo la subordinazione delle donne, ordina loro di coprirsi i capelli con un velo, o in alternativa di tagliarli.

Le sommosse attuali non esprimono solo una rivolta contro il velo, ma coinvolgono le fondamenta della stessa Repubblica islamica. La lotta delle iraniane per l’uguaglianza, fa parte della storia movimentata dell’Iran: già nel 1906, durante le prime mobilitazioni per dare al paese una costituzione e un parlamento, si formarono alcune associazioni per la creazione di scuole riservate alle ragazze.
Nel 1932, l’ultima organizzazione femminista indipendente, fu distrutta dallo Scià Rheza, che alternò misure liberali e coercizione: nel 1936 vietò di indossare lo hijab in pubblico, e permise l’ingresso delle donne all’università. Va detto, l’Iran non è l’Afghanistan o l’Arabia Saudita: le donne hanno sempre potuto studiare e guidare.
l’Iran ha già conosciuto, in passato, diverse ondate di protesta popolare: nel 2009 il Movimento Verde confutò la rielezione del presidente Mahamud Akmadinejad, denunciando brogli elettorali. In questo contesto partì la lotta femminista, per l’uguaglianza dei diritti all’interno della famiglia, e l’abrogazione della pena della lapidazione delle donne. Sul finire del 2017 diversi gruppi sociali, si mobilitarono per protestare contro il calo delle sovvenzioni statali, e il conseguente rincaro dei prezzi del carburante e di molti generi alimentari. Nello stesso anno, alcune iraniane iniziarono a togliersi il velo, e il loro movimento fu chiamato “le ragazze della rivoluzione”.

Di fatto, la lotta femminista in questi anni non è mai cessata.
E’ una volontà di cambiamento, intatta ormai da decenni. La macchina si è rimessa in moto lo scorso 13 settembre, quando gli agenti della feroce polizia morale (basij) fermarono Mahsa Amini, una giovane donna di 22 anni di origine curda, accusandola di indossare male il velo. Arresti ed interrogatori sono all’ordine del giorno, nella società iraniana, ma Mahsa è morta tre giorni dopo il fermo, in ospedale, e a questo è seguita l’esplosione di collera nel paese.
La polizia morale non va tanto per il sottile!
Secondo l’ultimo aggiornamento dell”agenzia di stampa iraniana per i diritti umani Hrana, sono 508 le persone uccise durante le proteste in Iran, inclusi 69 bambini. Il numero di persone arrestate è superiore a 18.000.Il report riferisce che, finora, si sono svolte più di 1.200 manifestazioni di protesta in 161 città. I nuovi dati forniti dall’agenzia si riferiscono al periodo dal 26 settembre al 7 dicembre.
Una delle vittime ha raccontato che lei e altri arrestati, sono stati denudati di fronte agli ufficiali della guarnigione di Vali Asr a Teheran, palpeggiati nella zona genitale, spruzzati con acqua fredda e colpiti con” taser”, per costringerli a rilasciare “confessioni” contro se stessi e gli altri. C’erano due agenti donne e due uomini. L’uomo ci ha perquisito nel modo più disgustoso”, ha raccontato un’altra donna di Teheran.
Sono testimonianze, raccontate a Iran International da alcuni manifestanti che hanno subito molestie sessuali, e violenze, mentre erano detenuti dalle forze di sicurezza in Iran. Le loro storie “sono molto difficili da verificare a causa della paura delle vittime, di rivelare informazioni , e di ritorsioni contro di loro e le loro famiglie”, sottolinea Iran International.
Una vittima nella città di Mashhad, nel nord-est dell’Iran, ha detto che lei e altre undici persone sono state spogliate di fronte ad agenti, e toccate durante l’arresto e gli interrogatori, e minacciate di stupro contro di loro o i loro familiari. Le informazioni sono state acquisite tramite ANSA
Non sappiamo che esito avranno le rivolte in corso, il mondo dei media ci presenta la narrazione classica dei gender studies: una rivolta di donne contro il patriarcato maschile, con lo slogan “donna, vita, libertà”

Ma sono dati di fatto che i cortei di protesta, siano composti sia da maschi sia da femmine, e che i primi dimostranti a finire sul patibolo siano stati dei maschi. Giovani uomini e giovani donne marciano insieme: questa non è una rivolta di genere, ma una rivoluzione generazionale che si scontra con quella che è sì una teocrazia, ma soprattutto una gerontocrazia. La crisi iraniana non è una guerra per il velo, ma una rivolta generazionale contro una gerontocrazia maschilista. I giovani dimostranti sono figli di un boom demografico che ha portato il Paese ad avere 85 milioni di abitanti, con un’età media di 27 anni. Le rivoluzioni camminano sulle gambe dei giovani, come è naturale che sia. Gli Hayatollah sono avvertiti.

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