LE NEWS DELLA CGIL SALERNO

Tunisi dopo la rivoluzione

domiciliare Di Anselmo Botte. Segreteria Cgil Salerno

Un bar finisce: Cafe Chamekh, e subito comincia un altro: Cafe de la Liberte. Tavolini sul marciapiede sotto tende da sole logore e lerce, giovani in cerchio intorno ad una bottiglia d'acqua. Parlano, squadrano la strada, le macchine, la gente; qualcuno si alza, si risiede, nessuno se ne va. Come inchiodati, non ammetteranno mai di stare a perdere tempo. Sta facendo buio e non ho alcun motivo di essere qui, ma incapace di decidere ci resto. Quando sono uscito dall'albergo avevo deciso di sedermi spavaldo in mezzo a loro col taccuino in mano, "sono italiano, mi fate capire cosa sta succedendo in Tunisia?" Ma che sciocchezza! Arriva un cameriere, in mano un vassoio con cinque caffè. Non si accorgono di me, neanche mi vedono, almeno così pare,  con aria casuale mi avvicino. Non dovrei essere lì, "siediti italiano" dicono, "ma che sta succedendo nel tuo paese?" Che cazzo, infilzato come un tordo, dovrei prendermi a schiaffi, ma come! ci riconoscono anche se stiamo zitti. E' ridicolo, infatti sorrido davanti a braccia lisce, occhi dentro tazze che scrutano dopo ogni sorso. Mi siedo, uno mi passa il suo caffé e se ne fa portare un altro. Sorseggio, è dolce da fare schifo, ma non lo do a vedere e mi fermo al terzo sorso. "Kabir mushkila" (grande problema), pronuncio le uniche parole arabe che conosco. Sorridono sorpresi i mie interlocutori: due sulla mia destra; tre a sinistra; sopra i venti e sotto i trent'anni. Speravo in un disgelo, sono lusingato e dopo aver bevuto un altro po' dico "succede che hanno messo paura alla gente, hanno detto che mezzo milione di persone erano pronte a invadere l'Italia. In tre mesi ventimila tunisini erano sbarcati, il governo italiano non aveva alcuna idea, due ministri vennero ad incontrare il vostro governo e s'inventarono un accordo, gli sbarchi continuavano e allora decisero di bloccare tutti a Lampedusa". Usavo espressioni semplici, mi fermai per chiedere se capivano; mi guardavano, mi annusavano, "si, continua, noi capisc, non preocùpa" disse uno dei quattro sulla mia destra. Meglio semplificare ancora il linguaggio, pensai, e ripresi "hanno portato l'attenzione di tutto il mondo a Lampedusa e quando il numero dei tunisini aveva superato quello degli abitanti dell'isola si sono dati da fare: li hanno portati  in giro per le regioni, poi hanno fatto l'accordo con il vostro governo. Come vi sembra quell'accordo? avevo trovato il momento per passare la parole. A quel punto cominciarono a discutere: governo? quale governo: quattro gatti sono, a luglio fare governo, votare e fare governo, difficìle sapere se questi quattro gatti arrivano a luglio. Parlavano uno sull'altro e annaspavano con le mani in aria. Accordo? conoscere accordo, Italia fa tornare indietro e noi partire di nuovo, non siete buoni vicini. Tu guardare! esclamò infine quello sulla mia destra, fece un ampio gesto circolare con le mani indicando tutti i presenti, nessuno lavorare: quello idraulico, quello cameriere, quello vendere frutta. Tutti fermi! dimmi adesso: ci vuole più coraggio a restare o andare? Pensai per un attimo alle uniche due parole in arabo di mia conoscenza, se le avessi pronunciate non avrebbero riso questa volta, mi guardavano con grande attenzione, l'aria significativa e un'espressione profonda  dei loro volti mi convinse ancora una volta che non dovevo essere lì. Nelle ultime parole, il nocciolo della questione, per quanto cercassi non riuscivo a scavare nella loro profondità: e, chiuso in un angolino, invece di dare una risposta ripresi a sorseggiare dopo un profondo e rumoroso sospiro. I giovani della rivoluzione hanno fretta, se non succede qualcosa se ne vanno. Il turismo e il commercio sono fermi, e tutto quello che gira intorno pure. Qui, a Tunisi, sono in pochi quelli che s'imbarcano, ma se vai a sud, all'interno, trovi solo fame e miseria e chi la detesta, e chi è pronto a tutto pur di piantarla.

Le strade della città sono sporche cumuli di spazzatura ovunque, c'è lo sciopero perchè non rispettano il contratto, segno di democrazia che avanza ma la strada è sudicia. Un forte vento fresco,  non viene di certo dal deserto, alza polvere e spazzatura, ai margini delle strade una lieve scia di sabbia sottile -questa si del deserto-. C'è eccitazione tutto è in movimento un turbinio: la gente per strada, la rivoluzione, 51 partiti e 51 giornali spuntati all'improvviso molti spariranno fino al 24 luglio, bisogna scegliere e farlo in fretta. Questa macchina sul marciapiedi con Ben Ali non ci sarebbe mai stata, la rivoluzione porta un po' di anarchia, qualcuno ne approfitta e tira su qualche appartamento. Si parla e si ragiona ad alta voce non c'è più nessuno che può riferire -e a chi poi- prima neanche a casa  eri certo che le parole non scappavano fuori dalla porta. Un metrò sbuca scampanellando dietro una curva, appena il tempo di schiacciarci con la schiena su blocchi di cemento e filo spinato e ci passa a un palmo dal naso, il conducente neanche rallenta. Un assembramento di persone, cento duecento, trambusto e ancora movimento, donne sedute per terra bambini in braccio che dormono, vengono dalla Libia chiedono aiuti governativi, lì vicino un ufficio del Ministero Sociale un uomo esce con una busta di latte, ci sono due camionette e diversi militari, appesi al muro un elenco di persone e numeri di telefono, sono in fila da questa mattina chiedono protezioni senza fiatare. Intorno alla sinagoga   -punto sensibile- filo spinato e un militare. Davanti al Ministero dell'Interno la recinzione è esagerata, prende tutta la piazza, decine di militari e gente che sfiora le divise con indifferenza come se l'avesse sempre fatto. C'era un gigantesco ritratto del dittatore in quel punto il 14 gennaio è venuto giù. Sulla strada affollata alberi di acacia -o qualcosa che gli somiglia- ombrelloni aperti vicino ai tronchi e sotto gli ombrelloni i lustrascarpe, i loro clienti appoggiano la schiena al tronco e un piede alla volta si lasciano lucidare, un giovane ha un piede scalzo su un cartone consumato e osserva con attenzione le manovre. Dalla sede di una università privata escono decine di ragazze giovani per niente sorridenti alcune con lo chador. Tre donne avanzano mangiando kebab. Ancora soldati davanti alle banche. E' bello venire a sapere che Piazza 7 Novembre (1987 giorno dell'incoronazione del dittatore) oggi è Piazza 14 Gennaio (2011 giorno della rivoluzione e della fine della tirannia). Davanti al Teatro Nazionale una cinquantina di giovani in cerchio ascoltano un anziano signore con barba e capelli bianchi, è un imam e avverte che l'islamismo è in agguato. La controrivoluzione dei padroni è in agguato. I giovani della rivoluzione devono fare in fretta tornano su facebook ma non possono restarci per sempre. Alle ore 17 eravamo fermi inchiodati nel traffico del centro le macchine non si muovevano, siamo scesi lasciando da solo il nostro autista e per strada la folla ci rallentava il passo; ore 20,30 tutto finito non c'era più un'anima il metrò vuoto, vuoti i bar, negozi chiusi, la gente ha paura rincasa e non esce più. Turismo e commercio sono finiti per quest'anno. Prima di entrare in un ristorante davanti a noi si ferma una macchina di lusso scendono due giovani ben vestiti vengono da Tripoli, ci dicono che lì i conti non tornano, dalla sera alla mattina c'è sempre uno scarto sfavorevole di persone e il numero di quelle che vanno a dormire non coincide mai con quelle che si svegliano, non chiedetelo ai familiari loro non ne hanno colpa: cosa farete a Tunisi? non sappiamo ci basta restare vivi per adesso. Entriamo nel ristorante poca gente ci servono tutto in un baleno hanno fretta di chiudere. Al ritorno verso l'albergo attraversiamo una città buia e deserta, macchine veloci mordono l'asfalto, qualche passante in ritardo torna a casa rasentando i muri.

Il vento della rivoluzione ha smosso tutto. Dunque, essere qui vuol dire barcamenarsi dentro, capire avendo chiaro in testa che ogni cosa mostra una sua forma, guai a farsi prendere dalla tentazione di guidare ma anche solo di accompagnare la rivoluzione . Il problema adesso è quello di comprendere come allontanare i molteplici tentativi della controrivoluzione di matrice religiosa e padronale: studiare, osservare, capire prima di ogni cosa. Le scelte sono in mano a quel popolo in movimento, a quei giovani istruiti, loro si sono messi in marcia dal 18 Dicembre 2010, il giorno del suicidio di Mohammed Bouazizi, in un piccolo centro dell'interno tunisino, a loro il compito e il privilegio di prendere in mano il proprio destino, a noi quello di scoraggiare chiunque cerchi di intromettersi. La dignità e la libertà è un cammino lungo e difficile in questi luoghi. Le riforme democratiche, la costituzione, pagine nuove, ci vuole tempo e pazienza, anche se i giovani della rivoluzione hanno fretta. Noi non possiamo continuare ad indignarci per chi arriva e scordarci di chi resta: ci vuole più coraggio a partire o a restare? Il dito ci indica gli sbarchi, ma la luna è altrove.

Tunisi, 13 aprile 2011

 

  © 2005 Bellizzi Web.| Tel. +39 0828 51291 | webmaster bellizzi
organizzazione