Barcellona 19 Novembre 2007

domiciliare“A cinquant’anni dalla morte di Giuseppe Di Vittorio, antifascista in Italia, in Francia, in Spagna. Le sue idee sulla funzione, sulla natura e sul ruolo del sindacato — Intervento di Carlo Ghezzi, Presidente della Fondazione Di Vittorio, su “Il recupero della memoria democratica”.

Abbiamo congiuntamente deciso di approfondire la figura e l’opera di Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della Cgil, a cinquant’anni dalla sua morte avvenuta a Lecco al termine di un comizio sindacale. Abbiamo portato a compimento una ricerca sulla sua presenza nel vostro paese in una fase drammatica nella storia della Spagna e questo ci permette di completare la biografia di questo importante dirigente sindacale e coprire un vuoto che sin’ora gli storici non avevano ancora esplorato. E’ un’altra tappa importante di un percorso che impegna quotidianamente le nostre organizzazioni nel riflettere e nell’avere maggior coscienza del nostro passato, dei suoi percorsi, delle conquiste, dei drammi, delle sconfitte e dei successi che contiene, in una fase nella quale troppe realtà, nel nostro e nel vostro paese, vogliono dimenticare la storia, oppure tentare di riscriverla di nuovo, spesso distorcendola e qalsificandola. Questo accade spesso quando in Italia si parla della Resistenza contro il nazi-fascismo o in Spagna quando si discute della guerra civile degli anni trenta. Noi sappiamo invece che non c’è memoria senza conoscenza, che nel passato si trovano le radici del presente, insieme con gli strumenti per comprenderlo meglio e per progettare adeguatamente il nostro futuro.

Oggi si tende a parlare e a scrivere poco anche del lavoro in tanti luoghi dove si fa orientamento e si fa informazione. Molti ci dicono che il lavoro conta sempre meno, che non è affatto centrale nella nostra società e nella vita delle personeJ~che rappresenta al massimo un gruppo di pressione, un interesse organizzato così come ce ne sono tanti altri~Alcuni ci spiegano che il lavoro è finito e, di conseguenza, è finita la causa della sua emancipazione fe divengono inutili le idealità socialiste che hanno accompagnato le storia del lavoro poiché vengono a perdere ogni loro attualità~.
Rimaniamo fermamente convinti che il lavoro rimane centrale nell’identità delle donne e degli uomini. E’ il primo dei diritti sociali, conferisce la piena dignità e cittadinanza, è la base di ogni libertà delle persone. (~i spiegano che siamo ormai tutti consumatori, risparmiatori, contribuenti fiscali e utenti e che queste sono le nuove centralità che caratterizzano la vita delle persone. Indubbiamente siamo anche questo. Ma~senza il lavoro ciascuno è indebolito nella sua soggettività e privato della appartenenza alla comunità. Abbiamo assistito al declino del modello di produzione fordista, sostituito dal diffondersi di altre modalità di organizzazione del lavoro. Se dobbiamo indubbiamente operare in una società per molti suoi aspetti post-industriale non ci pare proprio sia alle viste una società post-lavorista.
Ci siamo interrogati a lungo, ma la storia del lavoro è davvero una storia marginale, una storia minore? Siamo riandati a studiare a fondo la storia dell’Italia e della Spagna e più la studiamo più rimaniamo convinti che quella del lavoro è una storia grande, che si intreccia profondamente con quella dei nostri paesi. Una storia che ha segnato non solo le conquiste conseguite dai lavoratori e dai pensionati, ma è stata frequentemente la protagonista decisiva di tante conquiste democratiche e degli avanzamenti sociali e civili che sono stati realizzati per tutta la società.
Per questo è importante studiare i fatti, passaggi, i protagonisti, gli insegnamenti che ci hanno lasciato. Per fare un bilancio dei problemi e delle potenzialità dell’oggi, per attrezzarci nel conseguire gli obbiettivi più urgenti e impegnativi che abbiamo di fronte. Per guardare al futuro poiché dobbiamo costruire l’Europa. Una Europa, nella quale il lavoro che nel fluire delle stagioni cambia e si trasforma va sempre tutelato, difeso e rappresentato, riconosciuto nella sua dignità.
Giuseppe Di Vittorio è una persona che ha speso la sua vita per l’emancipazione dei lavoratori, è stato il fondatore del sindacato moderno in Italia e riteniamo che i suoi insegnamenti valgano ben oltre i nostri confini nazionali.
La Cgil, la Confederazione Generale Italiana del Lavoro è nata a Milano nell’ottobre del 1906. Fu sciolta dalla dittatura fascista del 1926. E’ rinata il 3 giugno del 1944 mentre le truppe angio-americane stavano liberando Roma dall’occupazione nazista. La Cgil ha ripreso la sua attività sotto la guida di Di Vittorio, il prestigioso sindacalista che aveva consolidato la sua vocazione democratica e antifascista in Italia, in Frano1~a e in Spagna, dove aveva militato nelle file delle Brigate Internazionali a difesa della Repubblica. Il Patto di Roma, così venne chiamato il documento fondativo sul quale nasceva il sindacato unitario italiano, vide la luce qualche mese dopo i grandi scioperi operai di Torino, Milano e Genova, la più grande mobilitazione di massa avvenuta in paesi occupati dai nazisti. Queste lotte, che impressionarono la opinione pubblica internazionale, diedero un colpo formidabile al regime, accelerarono la caduta di Benito Mussolini, l’avvio della Resistenza al nazi-fascismo e caratterizzarono con il segno indelebile del lavoro gli anni nei quali l’Italia riconquistò la libertà.
Durante la clandestinità, incoraggiati dai partiti antifascisti, raccolti nel Comitato di Liberazione Nazionale, i sindacalisti Giuseppe Di Vittorio, comunista, Bruno Buozzi, socialista e Achille Grandi, cattolico, avevano messo a punto il progetto per la rinascita del sindacato unitario discutendo a lungo, non senza momenti di asprezza, di quali dovessero esserne il carattere, i valori fondanti, le forme organizzative, il finanziamento.
I sindacati italiani, fino agli anni venti, oltre ad essere polemicamente divisi tra loro, erano ciclicamente riconosciuti dalle controparti imprenditoriali e governative come interlocutori e sottoscrittori di importanti accordi nelle fasi alte dei rapporti di forza. Erano invece osteggiati e considerati organizzazioni “sovversive” e nemiche della nazione quando il quadro dei rapporti di forza declinava, o il ciclo economico o le guerre, li mettevano in difficoltà. Padronato e Governo tentavano di disconoscere il sindacato e di emarginarlo, mentre le forze dell’ordine si schieravano con gli imprenditori e a sostegno dei crumiri sparando spesso sugli scioperanti.
Il regime di Mussolini aveva LinveceII~ dato al sindacato unico fascista il riconoscimento pubblico e aveva reso obbligatoria la iscrizione di tutti i lavoratori con relativa imposta sindacale generalizzata. Aveva permesso a quel sindacato di avere un forte riconoscimento dalla collettività nazionale oltre ad avere molte risorse e sedi prestigiose. Mancava ovviamente la democrazia sindacale e la libera scelta dei dirigenti che venivano calati dall’alto. Mancava l’autonomia contrattuale del sindacato, azzerata dalla concezione corporativa che il fascismo aveva imposto con l’obbligo dell’accordo tra lavoratori e padroni senza la possibilità di ricorrere al conflitto sociale, messo fuori legge come reato grave.
I dirigenti sindacali socialisti e cattolici nella discussione degli anni 1943 e ‘44 erano sostenitori del sindacato unico, strutturato come ente di diritto pubblico, riconosciuto giuridicamente e controllato dallo Stato, con l’iscrizione obbligatoria per tutti i lavoratori. Ritenevano evitasse divisioni profonde tra i lavoratori di diverso orientamento culturale e politico, pensavano che l’iscrizione obbligatoria al sindacati di una vasta massa di lavoratori poco politicizzati avrebbe controbilanciato l’attivismo dei militanti comunisti. Invece costoro, guidati da Giuseppe Di Vittorio, sostenevano un’altra idea di sindacato e contrastarono con durezza tali impostazioni.
Di Vittorio era portatore di una visione del sindacato che, riteniamo, conservi ancor oggi tutta la sua attualità. Una visione che si ispirava a quanto aveva saputo praticare da giovane militante del sindacalismo rivoluzionario nella sua regione, la Puglia, e successivamente aveva conosciuto nel suo esilio in Francia, dove l’attività sindacale era ordinata da leggi varate nel 1884 e nel 1936. Di Vittorio fu un tenace sostenitore del ~indacato quale strumento di auto organizzazione dei lavoratori al quale si aderisce su base volontaria. Un sindacato autonomo dallo Stato, dai padroni e dai partiti. Un sindacato unitario che sappia raccogliere al proprio interno le tante culture espresse dal mondo del lavoro. Un sindacato unitario ma non unico. I due concetti sono tra loro molto diversi. L’unità è una scelta libera, coscientemente assunta. La unicità un obbligo.
Gli si obbiettava che il possibile pluralismo di diversi sindacati poteva mettere a rischio l’unità del mondo del lavoro. Ma la vera unità, rispondeva Di Vittorio, presupponeva la libertà di adesione. Presupponeva il ricavare forza e autorevolezza dalla propria iniziativa, dalla azione svolta in difesa degli interessi dei lavoratori, dalla profondità del proprio radicamento sociale. Nessun vantaggio a una reale unità può venire dalle iscrizioni generalizzate e dalle quote pagate da tutti.
Una società democratica e moderna, sosteneva Di Vittorio, riconosce il lavoro come fondante del proprio sviluppo e i sindacati costituiscono uno dei pilastri basilari dello Stato democratico, del tessuto connettivo della nazione, della sua stessa unità.
Andava pienamente riconosciuto ai lavoratori e ai sindacati il diritto di sciopero come uno dei diritti fondamentali previsti dalla Costituzione. Andava riconosciuto il diritto di associazione mentre i sindacati stessi devono essere considerati dallo Stato strutture che svolgono funzioni di pubblica utilità, ma non debbono avere rapporti giuridici che li leghino allo Stato medesimo. Nella vita interna del sindacato lo Stato non deve avere alcuna ingerenza. Di Vittorio rifiutava con detenninazione anche ogni forma di arbitrato obbligatorio che fosse imposto dall’alto sull’autonomia delle parti sociali, sia padronali che dei lavoratori.
Vi è stata dunque in Italia, nel corso dell’inverno 1943 - 44, una discussione difficile sviluppatasi durante la clandestinità antifascista, su cosa fosse veramente il sindacato, la sua natura il Suo ruolo, su chi rappresenta chi e come.
Il Patto di Roma fu defmito e redatto, nelle sue parti più controverse, come chiedevano Di Vittorio e la corrente comunista. Ha dato origine a un sindacato libero, democratico, autonomo, costruito su base volontaria, strutturato in un’unica grande confederazione per tutto il territorio nazionale. Articolato su due matrici organizzative: quella verticale di categoria e quella orizzontale territoriale che, nelle loro ftmzioni autonome e distinte, sono tra loro complementari per la rappresentanza e la tutela di tutti i lavoratori.
Di Vittorio, eletto nel 1946 deputato alla Assemblea Costituente, vi portò le sue convinzioni e le sue proposte, contribuì a definire nella nostra Costituzione che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e a fare approvare numerosi articoli che mettono in rilievo la dignità dei lavoratori e i loro diritti.
La concezione del sindacato sostenuta da Di Vittorio ci ha insegnato che i sindacati non rappresentano soltanto gli iscritti. Ci ha insegnato che debbono tendere a realizzare l’unione del lavoro dipendente, dei pensionati, dei disoccupati, dei diseredati, della povera gente, degli emarginati della società. Il sindacato è lo strumento di emancipazione dei lavoratori, rappresenta interessi collettivi, non particolaristici, è,, capace di legare la lotta per conseguire risultati immediati, legati alla condizione di lavoro in azienda, con gli interessi più generali del popolo lavoratore e del paese. E’ in grado di avere una propria progettualità per lo sviluppo economico più complessivo della nazione, per le grandi riforme necessarie per conseguire sviluppo e occupazione, così come sostiene la pace, la solidarietà tra i popoli, un nuovo e più giusto ordine internazionale.
Il sindacato non organizza dunque tutti i lavoratori, ma la loro parte più cosciente, coloro che scegliendo di aderirvi e quindi di militarvi, che ne sostengono l’iniziativa, l’azione e l’organizzazione. Il sindacato predispone insieme con i lavoratori interessati le piattaforme rivendicative, conduce le trattative, guida e organizza le lotte necessarie a conseguire i risultati, sigla l’accordo. Poi sottopone le ipotesi finali di accordo a tutti i lavoratori coinvolti ai quali spetta il giudizio ultimo su ogni intesa che li riguardi. Gli iscritti partecipano alla vita democratica dell’organizzazione, scelgono democraticamente i dirigenti sindacali ad ogni livello e decidono le linee strategiche che caratterizzano l’iniziativa del sindacato.
Oggi abbiamo di fronte nuovi cimenti e nuovi orizzonti. L’Europa che sta nascendo ha bisogno di avere tra i suoi costruttori fondamentali il lavoro con le sue organizzazioni politiche e sociali. Ha bisogno di un grande sindacato europeo unitario, forte del suo protagonismo sostenuto da un ricco pluralismo alimentato dalle tante storie e dalle tradizioni in cui affonda le sue radici, capace avanzare proposte e progetti per riaffermare il valore sociale del lavoro, la dignità del lavoro. Un sindacato che sappia difendere il modello sociale europeo e che sappia tenerne ben fermi gli assi portanti: il rapporto tra sviluppo dell’economia e un sistema di diritti e di tutele universale che porti alla coesione sociale e all’inclusione. Il compromesso che lo ha generato, ha costruito lo stato sociale pur all’interno delle specificità di ogni paese del nostro continente, ha consolidato un sistema di regole condiviso, ha assicurato tutele, diritti individuali e collettivi, ha disegnato il profilo dell’Europa e i tratti di civiltà del suo vivere quotidiano, è stato un fattore di competitività sugli scenari internazionali. I mutamenti avvenuti ci impongono di aggiornare periodicamente il sistema delle protezioni sociali in vigore, rapportandolo alle modifiche che avvengono nel mercato del lavoro e nei processi produttivi, all’andamento dei flussi demografici, alle difficili sfide ecologico-ambientali che sono sul campo. Ma il modello sociale europeo non va assolutamente gettato alle spalle.
Noi ci sentiamo impegnati affinché il sindacalismo europeo nasca e cresca contrassegnato dal carattere dell’unità e della confederalità. Anche per questo abbiamo ritenuto utile riflettere insieme sulla figura e sull’insegnamento che Giuseppe Di Vittorio ci ha lasciato. E in questo quadro si colloca l’iniziativa e la discussione di oggi così come la riconferma dell’impegno della Cgil e delle Comissiones Obreras, entrambe organizzazioni a forte vocazione europeista, costantemente protese a riproporre, a studiare, ad analizzare la propria storia e a sviluppare la propria iniziativa in un mondo sempre più piccolo, sempre più interdipendente e sempre più carico di contraddizioni antiche e nuove. E’ questa dunque un’utile occasione per confrontare le esperienze tra organizzazioni da lungo tempo legate da’profondi sentimenti di amicizia e di solidarietà, per continuare con maggior determinazione a consolidare ed estendere i diritti dei lavoratori e dei ceti sociali più deboli, per affermare politiche di pace, per costruire un mondo più giusto.

Salerno, 22 novembre 2007 Ufficio Stampa CGIL