RELAZIONE SEGRETARIO GENERALE (FRANCO TAVELLA).
Care compagne, cari compagni, gentili ospiti,
eccoci giunti al nostro secondo Congresso Provinciale della CGIL di Salerno.
Un appuntamento preparato con 352 assemblee di base, con 14 Congressi di Categoria Provinciale.
Una consultazione che ha coinvolto 30.000 lavoratori su 84.000 iscritti alla CGIL Provinciale.
Un percorso che ci ha consegnato una platea Congressuale composta da 280 delegati con una presenza di compagne che supera il 40%.
Un impegno straordinario preceduto dalla Conferenza di Programma che abbiamo svolta a settembre, e dalle numerose iniziative delle Categorie.
Un significativo percorso di protagonismo democratico, una partecipazione attiva e consapevole che ci ha fin qui consegnato un confronto approfondito dentro un quadro di grande unità dell’organizzazione.
La nostra tesi congressuali, la nostra proposta politica, guardano alla riprogettazione del Paese, alla sua competitività, ad un Paese che vuole ritornare a crescere.
Dentro questa aspirazione vi è per noi la priorità del valore del lavoro, della qualità dell’occupazione, dei saperi, della solidarietà, dei diritti.
Del nuovo ruolo del Mezzogiorno.
Vi è, quella che noi abbiamo definito la via alta allo sviluppo.
Un’impostazione che mira a tutelare il lavoro ed a rendere più competitive le nostre imprese.
Tutela del lavoro e qualità dell’impresa è per noi un binomio inscindibile.
Pensiamo cioè, che il sistema impresa sarà tanto più forte e competitivo quanto più certo, più stabile, più qualificata sarà la condizione del lavoro e dei lavoratori che animano l’impresa stessa.
In questa consapevolezza noi riteniamo risieda una sfida alta del confronto sindacale.
Lo abbiamo ribadito nelle tesi congressuali: “Valorizzazione della risorsa lavoro, investimenti su e nei saperi, sostegno all’offerta anche attraverso politiche pubbliche mirate e selettive”.
Naturalmente non ci sfugge la difficoltà derivante da una condizione asfittica di cui soffre la politica industriale, che rende di fatto complicata una simile sfida.
Noi insistiamo nel ritenere che occorra una nuova cultura aziendale, che sia prima di tutto in grado di considerare il lavoro come uno straordinario valore, che non affidi ai lavoratori una collocazione meramente economica, al pari delle materie prime dei macchinari o del materiale di consumo.
Insomma, a volte basterebbe semplicemente pensare che in quel valore che abbiamo definito lavoro vi sono delle persone, e le persone hanno un’anima, un’intelligenza, una professionalità, ed anche spesso un senso di appartenenza all’azienda che può risultare un antidoto decisivo nei momenti di crisi.
Diversamente da questa concezione abbiamo in questi anni registrato una progressiva crescita di precarietà ed insicurezza, di divisioni del e nel mondo del lavoro.
Una frantumazione senza precedenti dei rapporti di lavoro.
Una polverizzazione disordinata e selvaggia che ha minato alla base i diritti di chi lavora, non favorendo, al contempo la crescita ed il rafforzamento delle imprese.
La riprova di ciò è riassunta nella L. 30, nella sua sfera di applicazione, nella sua dichiarata volontà di reinventare l’intero diritto del lavoro italiano imperniandolo esclusivamente alla dimensione individuale .
Si tratta di un mutamento radicale che consegna il rapporto di lavoro ad
una dimensione analoga a qualsiasi relazione commerciale, negandone una sua specificità.
Prima fra tutti: la specificità caratterizzata dalle disparità di condizioni fra i due contraenti.
Insomma il lavoro visto come elemento ordinario della produzione.
Si rimodula cioè il sistema vigente delle tutele, abbassando drasticamente o azzerando le clausole poste dal legislatore a garanzia del lavoratore.
Noi ci siamo chiesti cosa sorregga una simile impostazione?
L’approdo a questa linea d’intervento riteniamo sia dato dalla convinzione che, una forte riduzione dei diritti, una maggiore flessibilità senza sostegno, una conseguente riduzione dei costi, un più disinvolto utilizzo della forza lavoro disponibile, possa accrescere la competitività dell’impresa italiana.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
I dati sono conosciuti ed ormai unanimi.
La legge 30 ha prodotto l’esatto opposto di quello che il governo prometteva in tema di sicurezza e tutele.
Soltanto il 6% della platea dei C.D. lavoratori atipici ha trasformato la sua collaborazione in un lavoro stabile.
Per la maggior parte dei lavoratori permane una condizione di precarietà.
Tale condizione riguarda l’aspetto economico, il 46% dei collaboratori guadagna meno di 1.000 euro al mese;
Condiziona la sfera privata: alla soglia dei 40 anni il 60% delle collaboratrici non ha conosciuto la maternità.
Si aggiunga poi che dentro le interpretazioni legislative si nasconde una nuova forma di sfruttamento, una sorta di “lavoro grigio”.
Una condizione nella quale si maschera un rapporto di lavoro subordinato ed a tempo pieno, con presunte collaborazioni fornite da presunti liberi professionisti.
I lavoratori atipici intervistati da un sondaggio dell’IRES per l’80% si sentono insoddisfatti.
L’insoddisfazione è avvertita non solo per le retribuzioni, ma si fa più evidente se riferita a diritti basilari.
In primo luogo, la maternità, la malattia, i diritti sindacali.
Basterebbe uno sguardo a questi dati per conclamare fallita la legge 30.
L’aumento dell’occupazione e la lotta al lavoro nero, cardini ispiratori della nuova idea di flessibilità, si sono dimostrati semplicemente falsi.
Il risultato è un abbassamento senza precedenti delle tutele.
Una diffusa precarietà dentro un quadro economico altrettanto incerto ed in difficoltà, dal quale emergono tutti i limiti legati all’attuale sistema produttivo.
Il problema della produzione emerge dal PIL, dalla bilancia commerciale, dai dati della produzione industriale, dai dati sull’occupazione, dai consumi.
Naturalmente la condizione attuale della nostra economia è stata determinata da più elementi, a partire dalle debolezze strutturali del Paese.
È indubbio, tuttavia, che per una lunga fase si è accredita l’idea che si dovesse liberare l’impresa italiana dai numerosi freni che ne ostacolassero lo sviluppo.
Troppo spesso questi freni sono stati colpevolmente identificati con un sistema di tutele e diritti.
Meno tutele, meno diritti significheranno meno costi.
Si potrà così meglio competere con la Cina, con Taiwan, con la Corea, con l’India.
Tale concezione, tristemente radicata in una parte dell’imprenditoria italiana ha incoraggiato, per una lunga fase, l’affermarsi di un capitalismo straccione.
Una condizione secondo la quale è vincente un teorema basato sul binomio: “più t’ impoverisco più divento ricco”; “più sono ricco più sono in grado di competere”.
Gli arricchimenti dentro questa crisi ci sono stati.
Vi è stata una concentrazione di ricchezza senza precedenti.
Un dato per tutti, ce lo fornisce il Censis:
Il 12% delle famiglie italiane vive al limite della soglia di povertà.
Il 3,3% detiene il 45% della ricchezza.
Occorre prima di tutto, quindi ridurre le disuguaglianze, ridistribuire più equamente il reddito, stimolare adeguatamente i consumi, favorire l’offerta e gli investimenti.
Dopo lunghi anni di politiche salariali moderate si pone oggi l’esigenza di rivedere quella politica, di rivisitare quella impostazione.
Una dinamica salariale più vivace,legata non solo all’inflazione ma ricondotta alla produttività dell’azienda può favorire una più equa politica ridistribuiva e stimolare consumi in grado di attrarre nuovi investimenti.
La moderata politica salariale attuata in questi anni ci dice che le difficoltà delle nostre imprese non sono riconducibili semplicemente al costo del lavoro ma risiedono in una molteplicità di elementi e di dinamiche strutturali:
direzione aziendale, struttura proprietaria, ristrettezza dei mercati finanziari, carenze infrastrutturali, assenza di investimenti in ricerca, innovazione, politiche della formazione.
Queste sono le carenze che bisognerebbe guardare con più attenzione.
Naturalmente non faremo l’errore di ascrivere questi limiti alla sola responsabilità d’impresa.
Vi è, al contrario, un intreccio tra questi limiti e la debolezza più complessiva del sistema Paese.
Siamo consapevoli che il peggioramento, e l’allarme sui dati macro economici interessa tutti i fronti:
dall’inadeguatezza infrastrutturale al sistema creditizio, dalla qualità della burocrazia pubblica all’incapacità del Governo di dare impulso all’economia.
Abbiamo insomma una condizione complessa di difficoltà che riguarda l’insieme della struttura produttiva, con vere e proprie emergenze che investono il sistema industriale ed in particolare il Mezzogiorno.
A fronte di una situazione così seriamente compromessa, tende spesso a prevalere un senso di fatalismo.
Molti ad osservare e commentare, pochissimi a prendere l’iniziativa.
Fra coloro che assistono inerti dobbiamo annoverare, paradossalmente, il Governo del Paese, il quale, per una lunga fase, è andato addirittura oltre, cercando di negare la dimensione e la natura della crisi.
In questi anni di grande difficoltà, l’esecutivo si è semplicemente limitato ad intervenire su altro.
L’attenzione è stata posta nel polemizzare con la Magistratura, a difesa esclusiva di alcuni componenti del Governo; a varare leggi ad personam (quali la Cirami); a depenalizzare reati commessi da autorevoli componenti del governo, a varare controriforme come quelle della scuola e dell’università, che mirano ad introdurre un’istruzione di censo limitando lo spirito laico della scuola pubblica.
Infine per chiudere in bellezza la Legislatura, si è provveduto ad approvare una pessima riforma elettorale al solo scopo di recuperare una perdita diffusa di consenso;
a varare riforme costituzionali che aggravano la condizione di separazione tra il Nord ed il Mezzogiorno, penso alla devolution.
A stravolgere la Costituzione del Paese.
Ripercorrendo i provvedimenti e le iniziative del Governo saremmo portati a pensare che c’è una politica su tutto!
Il limite drammatico di questa sorta di “Babele” è la coerenza nel difendere i poteri forti, la ricerca costante quasi ossessiva nel tutelare un ceto politico distante dai problemi del Paese, l’incapacità ad affrontare i nodi cruciali che interessano milioni di cittadini.
Primo fra tutti il Mezzogiorno.
Il Mezzogiorno io credo possa essere considerato, a ragione, l’emblema del fallimento delle politiche governative.
Da questo punto di vista si può affermare che ha decisamente vinto l’egoismo della lega.
La compagine di Governo ha cioè sacrificato il Mezzogiorno sull’altare dei suoi precari equilibri di coalizione.
Come leggere diversamente la Legge Finanziaria nella quale si fa addirittura fatica a menzionarlo il Mezzogiorno.
Si nota in questa scelta una gravissima miopia politica.
L’abbandono di politiche che puntino allo sviluppo ed alla crescita del Mezzogiorno risultano essere una grave rinuncia allo sviluppo dell’intero Paese.
Significa rinunciare a sviluppare relazioni economiche e sociali con i Paesi del Mediterraneo e quindi del Medio – Oriente.
Si rinuncia a svolgere un ruolo strategico nel Mediterraneo.
Ecco perché la questione meridionale è centrale nelle politiche di sviluppo.
È centrale per il Paese perché risiede nel Mezzogiorno non solo una difficoltà, ma anche, e forse soprattutto, una potenzialità.
La potenzialità di un Paese che può stimolare, attraverso politiche mirate, una ripresa di consumi e d’investimenti nell’area che meno è cresciuta in questi anni e che quindi ha margini di crescita molto più elevati.
La potenzialità di una scelta che investe sul futuro, prima di tutto sui giovani che per vaste aree del Mezzogiorno d’Italia rappresentano una risorsa centrale.
La potenzialità, come detto, di fare del Mezzogiorno un ponte verso il Mediterraneo.
Un Mediterraneo che, a dispetto della “Bossi-Fini” non è mai stato una barriera, un ostacolo all’incontro tra culture, ma, al contrario, un mare nel quale si sono contaminate civiltà e culture diverse.
Il mare del viaggio, dello scambio e per alcune fasi storiche, della prosperità.
Se lo si guarda così il Mezzogiorno d’Italia può diventare il luogo della speranza e del futuro, il luogo da cui ripartire per ridare fiducia e nuova prospettiva all’intero Paese.
Per traguardare una simile impostazione occorrono risorse, ma occorre anche una nuova concezione culturale.
Contrariamente registriamo ancora arretramenti e penalizzazioni.
L’emblema di ciò io credo possa essere visto nell’ultima legge Finanziaria.
Una legge di bilancio sbagliata, iniqua, pericolosa.
Una legge che non annovera alcun provvedimento mirato a rilanciare l’economia, nel mentre si accanisce con tagli ai beni pubblici, alla ricerca scientifica, alla scuola, alla sanità, alle politiche sociali.
La legge Finanziaria produce di fatto, attraverso la diminuzione dei trasferimenti a Regioni ed autonomie locali, un abbassamento del livello qualitativo e quantitativo delle prestazioni sociali, assistenziali e sanitarie.
L’abbassamento è rintracciabile, tra l’altro, anche dal consistente ridimensionamento del Fondo Sociale.
Questi provvedimenti, nel concreto, per il Mezzogiorno significheranno meno trasporti, meno asili nido, meno assistenza per i nostri anziani, meno Welfare locale.
Un bilancio insomma caratterizzato dal “segno meno”, nel mentre in una situazione di crisi avremmo bisogno di più Welfare e di un maggiore aiuto per i ceti sociali in difficoltà.
Il dato più evidente della inquità della legge Finanziaria è sostanziato dal corposo taglio al fondo delle politiche sociali.
Cosa significherà?
Significherà che i Comuni non riceveranno la metà dei fondi previsti dalle finanziarie precedenti.
Si sottraggono sostanzialmente risorse già previste in bilancio.
C’è in questo provvedimento non solo un elemento di cinismo politico, di rivalsa, ma soprattutto un’idea proprietaria delle risorse e dei rapporti inter-istituzionali.
Una decisione che dice: “puoi anche stanziare risorse ma posso togliertele a mio piacimento”.
Qui risiede non solo un problema di ordine economico, ma un grande problema di cultura democratica.
I dati della Finanziaria ci dicono che non solo le risorse stanziate sono inadeguate a sostenere lo sviluppo delle aree meridionali, ma confermano che gli investimenti previsti sono addirittura sottodimensionati rispetto alla tenuta del sistema produttivo.
Questi dati, (mi verrebbe da dire questa vergogna!) Si tenta di coprirli con diversivi mistificanti, con proposte vergognose, tanto vaghe da risultare ingiudicabili.
È il caso dell’invenzione di una Banca del Sud.
Invenzione fuorviante rispetto ai problemi del credito di cui soffre il Mezzogiorno e di cui soffre il Paese.
Un Paese nel quale le operazioni finanziarie si trasformano in casi giudiziari.
Un Paese nel quale i nuovi parvenu, baciando sulla fronte il governatore della banca d’Italia, si assicurano protezione e coperture finanziarie.
Un Paese nel quale i soli arbitri degli assetti economici sono divenuti i mercati finanziari ed azionari.
Vi è, in sintesi, una permanente devianza in cui l’economia della moneta ed il Governo dei mercati finanziari dirigono le dinamiche economiche anziché riflettere e registrarne il loro andamento.
Tale anomalia determina le condizioni di una successione di gravissimi scandali societari.
Ovviamente non ci sfugge che tali avvenimenti trovano terreno fertile anche in uno scenario d’inquietante decadimento morale.
L’accostamento del declino economico al riemergere di una rinnovata questione morale, disegna uno scenario drammaticamente allarmante per il futuro economico e sociale del Paese.
Visti dall’osservatorio di una provincia meridionale, come quella di Salerno, questi elementi fanno accrescere una già presente preoccupazione.
Sovente le ricadute negative hanno effetti immediati sui lavoratori, sulle imprese, sulla produzione, sui livelli occupazionali.
Anche a Salerno una nuova stagione d’inchieste, di provvedimenti giudiziari, di sospetti, sta caratterizzando l’attuale fase politica.
Siamo convinti che bisogna accostarsi a tali problematiche con prudenza, maturità ed equilibrio: è questo lo stile di una grande forza sociale.
Non faremo l’errore di rappresentare la nostra provincia come un unico indistinto nel quale primeggia una condizione di assoluta illegalità.
Nessun processo sommario quindi, piena ed incondizionata fiducia nella magistratura, nessun giudizio liquidatorio sulle vicende oggetto d’indagine.
Questi tre elementi saranno per noi la cartina di tornasole con la quale intendiamo affrontare la tematica.
Ma detto questo non sposeremo ciecamente l’idea di una marcata distinzione tra la morale e la politica.
Il fascino di una tale visione preferiamo consegnarlo al “principe” di Machiavelli.
Siamo, al contrario convinti, che non si possa promuovere una limpida iniziativa politica senza che questa sia sorretta da valori etici.
Contrariamente registriamo che, spesso, l’agire politico è caratterizzato da commistioni da intrecci che penalizzano l’interesse pubblico a tutto vantaggio della sfera privata.
Tale quadro ci consegna un’immagine appannata della politica dei partiti e delle stesse istituzioni pubbliche.
Permangono nella pratica politica dannosi assoggettamenti tra partiti e decisioni istituzionali, tra controllati e controllori, tra programmazione e gestione.
Dice bene Ilvo Diamanti su repubblica: ”non c’è più scandalo che riesce a scandalizzare, è dilagato un profondo disincanto e si è radicata la convinzione che tutto sia lecito, il senso cinico ha avvolto e logorato il senso civico”.
Rispetto a tale scenario sarebbe dannoso alimentare un dibattito semplicistico tra fautori del garantismo e giustizialisti, tra colpevolisti e innocentisti.
La CGIL da lungo tempo a Salerno ha svolto una funzione critica, segnalando il rischio di una crescente lontananza, di una progressiva estraneità della politica, ai bisogni dei cittadini.
Questa distanza la avvertiamo particolarmente marcata se riferita al mondo del lavoro.
Abbiamo visto, in questi anni, il radicarsi di una politica personalistica nella quale è crescita l’autoreferenzialità.
Dentro questa impostazione, le organizzazioni sociale e la CGIL in particolare, sono state giudicate con sospetto, viste come elemento di disturbo, avvertite come forze ostile.
Il merito dei rilievi critici, le proposte, le iniziative programmatiche venivano ignorate o sacrificate sull’altare dell’arroganza di qualche presunto principe illuminato, unico depositario della verità.
Si è favorito così, il prevalere di un totalizzante liderismo che oggi rischia di trascinare, nella sua possibile sconfitta, una intera classe dirigente.
Le sedi naturali della dialettica politica e della decisione collettiva, venivano in questa visione sacrificate agli imperatavi categorici emanati da qualche segreteria politica personale.
Per dirla con Antonio Gramsci è regnata, per una lunga fase, “l’ebete sicurezza di chi è convinto che tanto c’è chi a tutto pensa ed a tutto provvede”.
A questi metodi, a questa visione, a questa politica la CGIL si è opposta e si oppone.
Lo abbiamo fatto con coerenza, libertà e determinazione.
Voglio anche in questa sede rivendicarlo.
Ora, nella fase delicata che attraversa la politica cittadina, noi riteniamo che occorrano segnali di discontinuità nell’agire politico, e di un rinnovato dialogo con le forze sociali.
La CGIL è pronta a fare la sua parte.
Da parte nostra riteniamo occorra ripensare prima di tutto al ruolo ed alla funzione della politica.
Pensiamo ad una visione in cui possa primeggiare un sistema di princìpi, di valori, di regole che possano rendere l’agire politico comprensibile, trasparente.
Ripristinare la comunicazione fra le Istituzioni ed il senso comune; recuperare una frattura che si è determinata fra Istituzioni e società; scoraggiare iniziative che fanno apparire la politica come una forza ostile ed incomprensibile; interrogarsi sulle ragioni profonde che hanno potuto determinare una così forte degenerazione ed intrecci che spesso riguardano l’agire politico ed istituzionale.
Insomma noi riteniamo che non siamo davanti ad un isolato caso di devianza giuridica ma al dispiegarsi di una crisi molto più profonda, le cui ragioni vanno ricercate nella crisi della politica e nella sua funzione di rappresentanza.
Mi ha colpito in queste settimane, a Salerno, l’accavallarsi di provvedimenti giudiziari che hanno avuto a riferimento non solo inchieste riferite a procedimenti amministrativi, ma la contestualità tra vicende amministrative ed indagini che traguardano la sfera della criminalità organizzata.
Lo scenario che si ipotizza e inquietante.
Francamente abbiamo trovato dannosa e sgradevole qualche reazione ironica, esplicitata nel mentre le forze dell’ordine arrestavano un Consigliere comunale e la Magistratura rilevava pesanti reati su gli atti amministrativi più importanti compiuti dell’amministrazione cittadina.
Noi siamo convinti che dentro questa crisi, vi sono ragioni di profonda preoccupazione.
Siamo, altresì, consapevoli che l’onda lunga delle iniziative giudiziarie rischia di rallentare processi di sviluppo, iniziative imprenditoriali, soluzioni a crisi aziendali.
Tuttavia la realizzazione di progetti di sviluppo hanno bisogno di un quadro scevro da sospetti e di un urgente recupero di credibilità della classe dirigente.
Le nostre preoccupazioni nell’immediato sono rivolte ai lavoratori licenziati dalla Ideal standard.
Lavoratori licenziati da una multinazionale che a Salerno chiudeva bilanci in attivo, illusi con faraonici progetti di parchi marini ed oggi privati anche da qualsiasi strumento di sostegno al reddito.
La richiesta di ammortizzatori sociali, per far fronte allo stato di disoccupazione, hanno, tra l’altro, determinato decisioni giudiziarie che coinvolgono un nostro delegato, oggi disoccupato, ed il segr. gen dei chimici Giovanni Berritto.
Un episodio che noi giudichiamo marginale, ma che tuttavia è inserito in una vicenda dai risvolti imprevedibili che riguarda, secondo la Magistratura inquirente, presunte speculazioni sulle aree della ex Ideal Standard.
Il segretario dei chimici ed il delegato sindacale hanno firmato un verbale di proroga di mobilità supportato da un progetto di ricollocazione che risulterebbe viziato da interessi speculativi.
Anche in questo caso noi ribadiamo la più completa fiducia nell’operato della Magistratura, consapevoli altresì che Berritto ed il delegato dimostreranno la loro più assoluta estraneità.
Giovanni si è autosospeso dall’incarico di segr. gen. dei chimici, noi abbiamo apprezzato questo gesto.
Questa decisione rileva senso di responsabilità, maturità, affetto e fiducia nell’organizzazione.
Un dirigente della CGIL reagisce così.
Nell’interpretazione di questo gesto abbiamo tuttavia notato qualche lettura maliziosa.
Voglio dirlo con chiarezza: non abbiamo indicato ad altri una strada da percorrere.
La decisione di Giovanni è semplicemente il nostro modo di reagire.
Noi, più che indicare strade, insistiamo sulla necessità di una riflessione profonda, libera, senza schemi, scevra da piccoli interessi di parte.
Occorrono da questo punto di vista segnali di discontinuità, di maggiore dialettica democratica, di maggiore coinvolgimento dei cittadini alle scelte ed alle decisioni politiche.
Questa consapevolezza ci induce ad insistere sulla necessità di favorire percorsi democratici nella formazione delle decisioni politiche.
Lo abbiamo ribadito con forza, per ultimo nella nostra Conferenza di programma che abbiamo tenuto nel Settembre scorso.
Noi vogliamo tentare di ritornare al merito.
Vogliamo farlo partendo da una posizione per c.d. laica, libera, autonoma, che offra un confronto e dentro il quale ritrovare consensi e divergenze, accordi e conflitti.
Tale metodo, tale impostazione, riteniamo possa essere uno strumento di una valenza immateriale straordinaria che può animare prima ed innanzitutto una nuova concezione culturale.
Può offrire una prospettiva che conti sulla capacità di fare sintesi, sulla necessità di fare sistema senza per questo ridurre la specificità di ciascun componente.
Noi vorremmo affidare tale prospettiva ad un nuovo spirito pubblico, ad una rinnovata etica della responsabilità.
Dentro questa rimodulazione noi vediamo un quadro di scelte strategiche condivise, nel quale ciascuno può giocare la propria parte.
Tale metodo, tale impostazione può sostenere lo sviluppo, far crescere la ricchezza, determinare, per le nostre imprese, margini di competitività; può favorire una condizione diffusa di miglioramento economico e sociale per i lavoratori, per i nostri giovani per gli anziani.
Etica della responsabilità, merito, dialogo, dialettica democratica, percorsi di decisioni consensuali e plurali.
L’insieme di questi elementi possono determinare le condizioni per attraversare e risolvere quelle sacche impenetrabili di arretratezza che ancora esistono.
Un insieme di elementi capaci di affrontare gli ostacoli strutturali allo sviluppo che permangono e che rischiano di rafforzarsi.
Penso alle politiche infrastrutturali, alle reti, alla ricerca, alle innovazioni, al credito, alla formazione, alla legalità.
In impulso una ricerca culturale che guarda alla nostra provincia, che fa dei suoi giovani e della forza lavoro un fattore di crescita e di sviluppo, che valorizzi le sue risorse naturali e paesaggistiche, che sia in grado di competere in una visione di sistema economico.
Queste idee, questa ricerca, questa visione hanno supportato le nostre proposte.
Dobbiamo con rammarico evidenziare che lo sforzo che in questi mesi abbiamo prodotto è stato visto spesso con sospetto.
Da parte nostra vogliamo rivendicare un ruolo autonomo.
Lo ribadiamo: per noi discutere di bilanci degli enti non è lesa maestà, sindacare sulle scelte non rappresenta una inutile azione di disturbo, favorire dibattiti sulla spesa pubblica non è una indebita intromissione.
La nostra iniziativa è semplicemente mirata a sostenere una prospettiva di sviluppo.
Per renderla concreta bisogna domandarsi con quali risorse e con quali politiche di bilancio.
Insisto, per noi la formazione dei bilanci deve guardare di meno ad esigenze d’immagine e di convenzioni esterne e di più alle condizioni ed ai bisogni dei cittadini.
La riduzione di tali capitoli di spesa, unitamente alla valorizzazione del personale interno, può favorire una maggiore allocazione di risorse da destinare ad un sistema di welfare locale più adeguato.
Come ci ricordano spesso i nostri compagni dello SPI nella nostra provincia vi è un numero alto, troppo alto, di pensionati al minimo.
A loro, innanzitutto a loro, bisogna rivolgere un’iniziativa di welfare.
Abbiamo in questi mesi registrato segnali di attenzione, l’assestamento generale del bilancio dell’amministrazione Provinciale ci offre qualche timido incoraggiamento.
Penso alla diminuzione delle spese correnti, quantificabili in 5 milioni di euro, alla riduzione delle consulenze sui servizi legali e similari, quantificabili in 50.000 euro; alle consulenze sulle procedure espropriative; alle consulenze sui servizi energetici ridotte di 17.000 euro.
Come si ricorderà la CGIL aveva segnalato con forza la necessità che alcune delle voci elencate fossero ridimensionate.
Un segnale apprezzabile, quindi, che tuttavia è ben lontano dal costruire politiche di bilancio in linea con la fase di difficoltà che stiamo attraversando.
Ai nostri rilievi di merito dunque fa da sfondo una critica radicale che riguarda i percorsi di formazione dei bilanci pubblici.
Tali percorsi sono patrimonio unicamente del ceto politico, dei singoli assessorati, della sfera amministrativa.
Sono vissuti con un senso di estranietà da parte dei cittadini, poichè accostarsi alla lettura di un documento di bilancio risulta il più delle volte una complicata impresa di comprensione.
Anche su questo occorre dare segnali di discontinuità e d’innovazione.
Noi immaginiamo documenti di sintesi dei bilanci pubblici da destinare ai cittadini.
Documenti fruibili nella loro stesura, che possano evidenziare le scelte fondamentali di spesa.
Anche da questi piccoli gesti si può rilevare una volontà di coinvolgimento dei cittadini nelle scelte.
Noi, com’è noto, siamo interessati ad avviare percorsi di “bilanci partecipati” dentro i quali sperimentare una discussione preventiva con i cittadini, con le forze sociali, con le istanze economiche.
La CGIL ha la democratica ambizione di contribuire alle scelte, d’individuare priorità, di analizzare e sindacare i criteri posti alla base delle tariffe e della fiscalità.
Ci sembra questo un modo per avvicinare la politica alla società civile, rendere più comprensibile e trasparente la spesa pubblica, raccogliere di più e meglio le istanze e le esigenze di una comunità.
Possiamo farlo se solo vi fosse la volontà politica, non occorrono risorse aggiuntive, approfondite analisi, grandi strategie.
Lo si può fare per sessioni tematiche, nei quartieri, tra la gente.
Una decisione semplice, ma che aprirebbe una straordinaria stagione di comunicazione tra la politica e la società.
Un percorso democratico nel quale la trasparenza della spesa pubblica diverrebbe il comune sentire tra istituzioni e cittadini.
Con questa stessa ottica noi guardiamo alle tante società partecipate esistenti sul territorio provinciale.
Società impegnate soprattutto nella fornitura di servizi: rifiuti, acqua, energia, gas, trasporti.
La nostra idea di riordino e razionalizzazione ha trovato ampi consensi.
Occorre ora passare dalla condivisione teorica all’iniziativa pratica.
La Cabina di Regia costituita in Provincia può assumere l’iniziativa di una celere disamina dell’esistente per poi promuovere proposte di accorpamento.
Si favorirebbe in tal modo una sostenibile economia di scala, servizi più efficienti, riduzione delle spese di gestione e l’utilizzo dei risparmi si potrebbe ridistribuire per una diffusa diminuzione delle tariffe.
Un percorso di riordino e razionalizzazione che sostituirebbe società a monovocazione con moderne ed efficienti multiservice.
L’idea è di costituire una rete di esperienze, quelle presenti sul territorio appunto, che possa avere l’ambizione di favorire una economia diversa, non incentrata unicamente sul profitto.
Un’economia solidale (penso alle tariffe) radicata ad obiettivi e strategie di sviluppo locale.
Noi riteniamo che questo sia un obiettivo possibile.
Ovviamente, per conseguirlo, bisogna abbandonare vecchie gelosie, rendite di posizione e, come più volte abbiamo detto, qualche presidenza e qualche Consiglio di Amministrazione.
Ma qui rientra in gioco l’etica della responsabilità.
Questa impostazione di riordino dell’esistente è quanto mai necessaria anche in tema di rifiuti, ove com’è noto, insiste l’operato della gran parte delle società miste presenti in provincia.
La stagione dell’emergenza ha creato in questo campo sovrapposizioni di ruoli, conflitti, inefficienze, vaste speculazioni, sprechi.
Abbiamo su questi temi prodotto con la F.P. iniziative che mi consentono di schematizzare alcuni elementi essenziali, rinviando per l’approfondimento alla lettura dei documenti licenziati dalla Conferenza di Programma.
Mi limito in questa sede a sottolineare le deficienze ed i ritardi accumulati sulla raccolta differenziata, primo decisivo elemento della catena di smaltimento.
Altrettanto decisiva è la politica dei costi.
Noi pensiamo che i tributi della nettezza urbana (TARSU) dovranno essere trasformati in tariffa di consumo procapite, tra l’altro prevista dal Decreto Ronchi. Ciò consentirebbe una maggiore equità rispetto alla superficie dichiarata.
Riteniamo occorra superare la moltiplicazione delle competenze.
Determinare soggetti unici di riferimento, eliminando sovrapposizioni confuse e dannose.
Pensiamo ad un unico riferimento territoriale che attraverso assunzioni di responsabilità propria, si costituisca in società di scopo.
Naturalmente non ci sfugge la complessità della materia, il suo impatto sull’ambiente, le difficoltà di ricercare soluzioni condivise.
Tuttavia avvertiamo un senso di scoramento nel ritrovare un’intera provincia che dibatte da anni sui rifiuti senza trovare adeguate soluzioni in tempi compatibilmente ragionevoli.
Su questi argomenti la CGIL è interessata ad aprire un confronto a tutto campo, di merito e stringente.
Un confronto che affronti i livelli di difficoltà generali, a partire dalla necessaria difesa del nostro apparato produttivo.
Un semplice sguardo alla condizione della nostra industria ci consegna un quadro di crisi devastante.
Un elenco di difficoltà interminabili.
In questi mesi è cresciuto notevolmente il ricorso alla cig ordinaria e cig straordinaria.
Il numero dei lavoratori collocati in mobilità, uniti ai senza lavoro ed alle migliaia di giovani immersi nel lavoro nero, supera i lavoratori attivi.
Il territorio della provincia e disseminato da piccole e medie aziende che hanno dismesso la propria attività.
Tale quadro non è la strumentale drammatizzazione della realtà ma una semplice e consapevole constatazione.
Per affrontare una così complicata situazione non ci servono dannose ed inutili politiche dell’effimero, occorre, al contrario, produrre una concreta agenda politica nella quale individuare cosa è opportuno ma soprattutto cosa è prioritario fare.
Selezionare un numero limitato di obiettivi e di priorità su cui concentrare gli sforzi.
Tale impostazione ci convince anche alla luce delle esperienze che abbiamo vissuto nella nostra provincia.
Penso all’esperienza della reindustrializzazione di “Fosso Imperatore”, area ex MCM.
La vicenda è nota.
Milioni di euro di finanziamenti pubblici per avviare politiche di reindustrializzazione (noi per l’esattezza abbiamo conteggiato 77milioni) con il risultato di ritrovarsi aziende fallite, aziende dismesse, aziende che non hanno mai avviato la produttività.
Un contratto di programma del tessile abbigliamento che stanzia 55 milioni di euro e del quale la completa realizzazione si protrae all’infinito.
Nessun controllo efficace da parte della Regione e del Ministero cofinanziatori del programma.
Per noi Fosso Imperatore rimane uno scandaloso esempio di sperpero del denaro pubblico.
Un emblematico caso di speculazione; un mirabile indicatore del fallimento di una concezione industriale.
Sconcertanti in merito ci sembrano i tentativi di taluni che tentano di rappresentare una realtà virtuale fatta di produzione e di migliaia di addetti.
Con una semplice passeggiata si può constatare un deserto industriale sostanziato da degrado, aziende abbandonate e lavoratori licenziati che presidiano i cancelli.
Boma, Soltex, Nuova Conserva Alimentare, New Target, Maglieria Italia sono aziende chiuse, fallite, mai aperte.
Sono lì a Fosso Imperatore!
Aziende che hanno goduto di milioni di euro di contributi pubblici ed alle quali, in qualche caso, si è pensato bene ad affidare in proprietà suoli e capannoni industriali.
A noi appare veramente singolare che a fronte di una simile situazione non vi è alcuna presa di responsabilità.
Paradossale che si continui a mantenere in vita un consorzio (Salerno sviluppo) che è stato il protagonista in negativo della fallita industrializzazione dell’area.
Stupefacente che si siano affidate, in queste settimane, ulteriori risorse per la realizzazione di un incubatore industriale.
Ritorna l’etica della responsabilità.
La Cgil non è interessata ad aprire polemiche volgari su singoli dirigenti, come quelle registrate qualche giorno fa, ma non possiamo esimerci dal chiedere: come mai gli enti pubblici, il comune di Salerno, la Provincia, la Camera di Commercio, come mai non una sola di queste istituzioni abbia ritenuto doveroso lasciare il Consorzio o chiederne lo scioglimento?
Da parte nostra vorremmo rassicurare qualche distratto mal pensante: noi non siamo alla ricerca di scandali, abbiamo semplicemente messo in evidenza la realtà.
Se scandalo c’è stato, per dirla con Pasolini, “è lo scandalo che può dare la sincerità”.
Nell’Agro nocerino riteniamo di dover verificare con attenzione l’insieme delle politiche industriali.
Noi non siamo strabici, non guardiamo il mondo con un occhio solo.
Pensiamo che si sia affievolita la spinta dei Patti Territoriali e da questo punto di vista occorra ripensare alla programmazione negoziata, verificare con attenzione il risultato occupazionale, la sua potenzialità a concretizzare politiche di sviluppo.
Nell’agro nocerino sono state assegnate alla costruzione di aree industriali ed artigianali 2 milioni di mq di territorio.
Una scelta precisa nella direzione di un apparato industriale e produttivo.
Dobbiamo, quindi, avviare non solo una necessaria verifica, ma interrogarci su come ridare respiro alle iniziative industriali.
Noi pensiamo anche qui a delle scelte prioritarie.
Siamo convinti che bisogna dotare l’Agro di organismi di Programmazione e di Governo sovra – comunali.
Pensiamo all’unione di Comuni, anche a fronte delle caratteristiche urbanistiche del territorio.
Un organismo nel quale siano presenti rappresentanti territoriali, sindaci, rappresentanti dei Consigli comunali, rappresentanti sociali.
Per noi unione dei Comuni non è solo un’affermazione di principio ma significa: sintesi della programmazione territoriale degli strumenti urbanistici; di organizzazione dei servizi sanitari; sviluppo delle vocazioni territoriali in una visione di insieme.
Occorre poi rivisitare il Patto Territoriale dell’Agro che, definito buona prassi dall’Unione Europea, rischia oggi di essere mortificato e ridotto a terreno di lottizzazione politica.
Noi proponiamo di trasformare il Patto in Agenzia di sviluppo locale.
Infine pensiamo ad uno sviluppo di persone e merci lungo la direttrice EST – OVEST in sintonia con il documento strategico 2006 – 2013, ed anche a fronte della carenza infrastrutturale presente nella Direttrice NORD – SUD.
La stessa realizzazione della stazione alta velocità EST-Vesuviana, che lambisce i confini di Sarno, è funzionale a tale scelta.
Limitato numero di priorità, quindi, ed obiettivi chiari su cui concentrare gli sforzi.
Naturalmente una adeguata politica industriale nell’Agro come nel resto della provincia ha bisogno di alcune condizioni favorevoli.
Prima fra tutte una sufficiente condizione di legalità.
Una moderna iniziativa industriale nasce e cresce solo dove si creano condizioni politiche e civili che accompagnano la crescita economica.
La legalità è per noi condizione prioritaria allo sviluppo economico.
La legalità non solo come valore etico, ma come condizione essenziale e preliminare per lo sviluppo.
Infine abbiamo bisogno di attrezzare una rete infrastrutturale adeguata, che insieme ad una mirata iniziativa sul credito possa orientare la competitività delle nostre imprese.
L’altra priorità del territorio è la politica energetica.
So bene qui di toccare un argomento delicato, e so anche che quest’argomento ha prodotto qualche divisione lungo il nostro percorso congressuale.
Il modo più coerente per affrontarlo lo possiamo rintracciare in ciò che abbiamo affermato nella Conferenza di Programma.
Noi continuiamo ad essere consapevoli e preoccupati di un deficit energetico di cui soffre la provincia di Salerno.
Tale deficit rende meno appetibile il nostro territorio a nuovi investimenti e determina una condizione di sofferenza per l’apparato produttivo esistente.
Con questa consapevolezza abbiamo affrontato la tematica della costruzione della centrale termoelettrica a Salerno.
Tuttavia già a settembre abbiamo posto delle condizioni alla sua realizzazione.
Individuammo in quella sede poche ma chiare discriminanti, testualmente: percorsi trasparenti; garanzia per la salute dei cittadini; rispetto rigoroso della legalità; costituzione di un comitato di esperti a garanzia dell’impatto ambientale.
Le iniziative giudiziarie di questi mesi hanno coinvolto pesantemente la società candidata alla realizzazione della centrale termo-elettrica, gettando forti dubbi sulla trasparenza dei percorsi e sulla legalità degli atti compiuti.
Ignorare tali elementi sarebbe, per noi, un atteggiamento incoerente e di grande ipocrisia.
Lo dicevo all’inizio di questa mia relazione, anche il rallentamento di qualsivoglia progetto di sviluppo diviene sopportabile a fronte di un’esigenza primaria che riguarda la legalità e la credibilità di una classe dirigente.
Di tale esigenza la CGIL ha fatto in questi anni il centro della propria iniziativa.
Questo valore noi intendiamo affermarlo sempre e comunque.
Le garanzie da questo punto di vista sono seriamente messe in discussione.
D’altra parte già da tempo la CGIL aveva posto perplessità sulla scelta dell’area di ubicazione, un’area nella quale insistevano molti problemi, gravata da forti interessi e difficoltà.
Ma i problemi permangono anche rispetto alla progettualità del gasdotto.
Il 17 ottobre infatti, la Regione Campania, su richiesta del Ministero dell’Industria ha dato parere negativo sulla realizzazione dello stesso, ritenendolo in “nessun modo ammissibile in area B del Parco”.
Rimane quindi in noi la preoccupazione del permanere di un deficit energetico ma la soluzione a tale problema non può essere oggi affidata ad Energy Plus, a quel progetto ed in quella area industriale.
Non vi sono le garanzie dovute, non vi sono tempi certi di realizzazione, non vi è il necessario consenso dei cittadini.
Quest’ultimo elemento, insieme alle garanzie di trasparenza e legalità, sarà per noi decisivo per condividere ipotesi di costruzione della centrale termoelettrica.
Ad oggi registriamo che tali condizioni non si sono concretizzate.
Occorre, quindi, ripensare con rigore, con serenità ed equilibrio alla soluzione dei problemi energetici di cui è interessata la provincia di Salerno.
Voglio dire con chiarezza che queste nostre affermazioni non sono dettate da uno stato d’animo condizionato dal clima politico, ma, al contrario, tale decisione è sorretta dalla nostra ostinata coerenza nel difendere valori, principi e convinzioni, che abbiamo posto alla base delle nostre rivendicazioni e della nostra progettualità.
Congiuntamente alla politica energetica, prioritaria in un’agenda che guardi allo sviluppo, riteniamo debba essere una nuova concezione del sistema produttivo.
Noi pensiamo che bisogna recuperare un’idea di competizione incentrata su di un sistema economico e non sulla singola azienda.
Dentro una tale visione vi sono le politiche infrastrutturali, delle reti, del credito, ma vi deve essere una necessaria iniziativa sui saperi.
Vedo anche qui a Salerno il delinearsi di una necessità di competenze e di conoscenze non immediatamente prodotti dal sapere locale.
Dovremo pertanto di più chiederci come formare le competenze in grado di traguardare la globalizzazione dell’economia e l’internalizzazione dei prodotti.
Da questo punto di vista siamo convinti che bisogna riprendere l’esperienza dei Patti formativi territoriali, monitorando l’esigenza delle nostre imprese con l’obiettivo d’innalzare verso l’alto la qualità del prodotto, supportando l’esigenza d’internazionalizzazione.
A questa politica, così come ha sottolineato la FLAI nel suo congresso di categoria, se ne può avvantaggiare la filiera dell’Agro industria e può determinare condizioni di rilancio per l’industria conserviera.
Dentro questa visione può avere un ruolo qualificante il Parco Scientifico e Tecnologico, l’Università, la Scuola.
Per innalzare la qualità del prodotto, per incentivarne la presenza sui mercati internazionali avremo innanzitutto bisogno di sostenere la ricerca e l’innovazione.
Ecco perché, contrariamente alle ridicole controriforme Morattiane, diviene necessario potenziare la Scuola e l’Università che, com’è noto, sono le primarie sedi elettive della ricerca.
In questa direzione intendiamo lavorare all’adozione di specifici documenti di programmazione territoriale, in grado di definire obiettivi condivisi e di recuperare i ritardi.
A tale decisione noi pensiamo si possa affiancare la “costituzione di un Osservatorio territoriale” che possa favorire politiche di orientamento ad una più sinergica e qualificata collaborazione tra Università, Enti Locali, Imprese, Organizzazioni Sociali.
Pensiamo ad un Osservatorio che aiuti un confronto fecondo con il sistema creditizio locale e che fornisca un supporto informativo adeguato e moderno in tema di formazione e mercato del lavoro.
Questa è dunque la sfida che abbiamo davanti.
Il ritardo nell’affrontare questi temi è stato spesso determinato da un dibattito fuorviante e per certi versi stucchevole.
Per anni si è dibattuto sulla rivalità tra Salerno ed il Capoluogo di Regione, una rivalità che può interessare un ceto politico ma che rimane assolutamente estranea ad una visione sistemica della competizione.
Di contro, noi continuiamo a sostenere che nel nuovo scenario la competizione avviene soprattutto tra sistemi economici, tra distretti, tra apparati industriali complessi.
Dobbiamo, a mio modo di vedere, ricercare le sinergie necessarie tra la Provincia di Salerno e la grande area metropolitana di Napoli.
Un’interazione economica di rafforzamento dentro una coerente politica regionale.
Come più volte abbiamo ribadito, ci aiuta in questa visione anche il semplice sguardo alla geografia territoriale.
Penso all’Agro – Nocerino identificabile come territorio urbano indistinto dalla grande area metropolitana di Napoli.
Penso ai porti commerciali che possono integrarsi, agli approdi turistici di supporto ad un’economia del turismo regionale.
Ad una visione regionale degli scali aeroportuali in cui collocare e valorizzare Pontecagnano, gli interporti, le Università, la rete metropolitana regionale.
Per sostenere tale visione voglio citare un solo dato per tutti.
Lo forniscano i compagni dei trasporti.
Ad oggi i porti di Napoli e Salerno movimentano il 20% del traffico containers nazionale e coprono il 25% delle linee dedicate alle autostrade del mare.
Per noi è necessario integrare, quindi, la politica portuale, mettere a rete le due realtà, ricercare elementi di sintesi, economia di scala, competizione sistemica. Altro che rivalità.
Dentro questa visione può crescere un’economia regionale, si può coerentemente accedere alle risorse del documento strategico 2006 – 2013, può affermarsi e crescere anche una nuova classe dirigente in grado di allontanare tentazioni di anacronistiche e dannose rivalità.
Noi pensiamo ad uno sviluppo coerente e moderno che guardi all’integrazione di un sistema industriale regionale dentro un progetto che raccolga l’insieme delle potenzialità territoriali.
Per la provincia di Salerno tra queste potenzialità vi è sicuramente il settore turistico.
La FILCAMS ne ha discusso nel suo Congresso e per brevità rimando a quella discussione ed a quel documento congressuale un approfondimento di merito.
Mi limito a sottolineare, ancora una volta, la necessità di ridare impulso a grandi attrazioni che insistono sul territorio provinciale.
Primo fra tutti il Parco del Cilento e Vallo di Diano.
Patrimonio UNESCO, uno dei più grandi Parchi Nazionali, integrato ad aree archeologiche di rilevanza mondiale.
Un parco che abbina alle meravigliose zone collinari una costa tra le più suggestive del Mezzogiorno.
Una grande potenzialità, quindi, ma che ancora viene avvertita dai cittadini residenti come pura e semplice condizione di vincolo.
Noi pensiamo che si debba favorire lo sviluppo di un’autonoma progettualità con iniziative mirate a favorire un’economia ambientalista.
Incoraggiare esperienze imprenditoriali incentrate sull’energia alternativa.
Penso all’esperienza del Parco Solare.
Favorire una progettualità urbanistica che guardi alla bio-architettura, promuovere la costituzione di conoscenze per la produzione e commercializzazione dei prodotti tipici a marchio “Parco”.
Il Parco può essere inoltre determinante per favorire una mobilità eco-compatibile che possa mettere in rete i comuni interni Cilentani.
Con questa visione la CGIL ha proposto la realizzazione del “treno del Parco”.
Un grande progetto che ripristinando tratti che erroneamente sono stati definiti “rami secchi”, può trovare il coinvolgimento della Regione, dei Comuni interessati, e naturalmente, dell’Ente Parco.
Occorre poi rafforzare i servizi per i cittadini, a partire dalla sanità, dagli ospedali, dai servizi di primo soccorso.
Offrire insomma una condizione nella quale i residenti non avvertano un senso d’isolamento, riducendo in tal modo una crescente dicotomia tra fasce costiere e zone interne.
Per traguardare una simile iniziativa occorre ovviamente il coinvolgimento dell’intera comunità del Parco.
In questi mesi abbiamo partecipato a numerosi riunioni di programmazione urbanistica nel Cilento.
Abbiamo constatato che spesso i documenti di Programmazione si risolvono nel prevedere nuove aree edificabili per future abitazioni.
Ci sembra francamente paradossale che questo avvenga anche in comuni che da tempo vedono ridursi i propri residenti.
Francamente per noi sono decisioni incomprensibili.
La programmazione territoriale non può ignorare un elemento così macroscopico.
Tale riflessione noi l’abbiamo suggerita anche nella città capoluogo.
A Salerno registriamo un flusso migratorio a vantaggio delle aree limitrofe, principalmente destinato alla Valle dell’Irno e Piana del Sele.
Dal 1991 ad oggi il saldo negativo dei residenti è stimabile in 11.000 unità.
Il piano Regolatore originale prevedeva una popolazione cittadina, nel 2008 quantificabile in 178.000 abitanti, previsione assolutamente inattendibile alla luce del continuo flusso migratorio.
Lo strumento di programmazione deve per ciò disegnare uno sviluppo della città che non guardi solo alla cinta cittadina ma recuperi una visione di aria metropolitana.
Tenuto conto di questi rilievi noi crediamo che il PUC vada rivisto nella sua programmazione abitativa.
I nostri dubbi nella programmazione urbanistica non si fermano qui. Avvertiamo forte il rischio di un assetto cittadino futuro che può determinare una divisione per censo della città:
Una zona centrale ed un fronte mare destinato ad un ceto agiato ed una grande periferia destinata ai ceti meno abienti.
L’ altra priorità da affrontare nella città di Salerno è il sistema di mobilità.
Noi siamo contrari alla costruzione di parcheggi al centro della città.
Gli studi di tutto il mondo ci dicono che diventano presto ed in ogni caso grandi attrattori di traffico.
Salerno non ha ancora un sistema di corsie preferenziali da destinare al trasporto pubblico, incentivando così l’uso del trasporto privato.
La metropolitana leggera langue tra ritardi e difficoltà a dieci anni dalla sua cantierizzazione, le funzioni urbane della città sono sempre più sottoposte all’ingolfamento del traffico cittadino.
Noi sosteniamo che una visione funzionale della città non è compatibile con scelte che portano i tribunali nel cuore cittadino ed i cinema all’estrema periferia.
Questa scelta può essere anche sostenuta da urbanisti di fama internazionale, ma permettetemi di esprimere qualche dubbio.
Infine la previsione di una vasta area commerciale a Fratte, sui suoli ex M.C.M., se non supportata da un adeguato rafforzamento della rete viaria,può determinare un effetto barriera che ne impedirebbe l’accesso alla città.
Rilievi di merito, quindi, non strumentali critiche politiche.
Noi vogliamo raccogliere la traccia della discussione sviluppata sul PUC cittadino dalla CISL di Salerno.
Insieme, io credo, possiamo aprire un confronto serrato e fecondo con l’Amministrazione.
Nell’auspicato confronto siamo interessati a porre un’attenzione particolare all’area industriale della città.
Un’area ormai snaturata dalla sua funzione prioritaria e ridotta ad una babele, nella quale convivono industrie e centri commerciali, centri ludici e ristorazione.
Ripristinare vincoli rapidi, avviare una fase di risanamento e riqualificazione può servire non solo ad arginare manovre speculative sui suoli, ma può anche attrarre investimenti produttivi.
Per queste ragioni riteniamo che bisogna recepire il Piano delle aree industriali nel PUC.
Sulle politiche industriali, sul loro rilancio, sui temi dell’occupazione e dello sviluppo territoriale noi proponiamo a CSIL e UIL una grande iniziativa provinciale.
Una fase di discussione comune e preparatoria che sfoci in una grande iniziativa di mobilitazione.
Lo smantellamento dell’apparato produttivo non può trovarci inerti.
Le nostre mobilitazioni, gli scioperi generali non possono essere consumati unicamente sui grandi temi nazionali.
Vi sono nella nostra provincia aree di grande sofferenza dell’apparato produttivo.
Per traguardare lo sviluppo futuro non possiamo esimerci dal difendere l’esistente.
Vi sono delle priorità.
Penso all’area industriale di Battipaglia.
Esistono in quest’area aziende che possono rappresentare punti di eccellenza, multinazionali legate all’indotto auto, un’industria chimica ancora in grado di competere.
Queste realtà da tempo ci rivolgono segnali di difficoltà e di affanno.
In tale contesto intendiamo promuovere a Battipaglia un’iniziativa sulle politiche industriali.
Infine ci siamo noi.
Oggi celebriamo un Congresso importante.
Il II° dalla nostra provincializzazione.
Ereditiamo un’organizzazione in salute, viva, più radicata nel territorio.
In questi quattro anni che ci separano dell’ultimo Congresso sono cresciuti gli iscritti, sono cresciuti gli attivi ed i pensionati.
Abbiamo radicato la CGIL in tutta la provincia con l’apertura di nuove sedi territoriali, rinnovato e qualificato i nostri servizi, rinnovato parte del gruppo dirigente.
Un lavoro importante, quindi, che ben lontano dall’essere definitivamente compiuto, ha gettato solide basi che ci fanno ben sperare nel futuro.
Un percorso compiuto nel mentre il mondo del lavoro subiva cambiamenti profondi, in cui l’apologia della flessibilità ha determinato insicurezza personale e nuove forme di Darwismo sociale.
Una tendenza culturale che mira sempre di più alla competizione fine a se stessa nella quale prevalgono i più forti o meglio, coloro che prevalgono sono descritti come i più forti.
La CGIL ha tentato di porre un argine al dilagare di questa concezione, lo abbiamo fatto qualche volta da soli, supplendo per una lunga fase ad una più che affievolita opposizione politica.
Quella stagione ci portò a radicare in noi la consapevolezza che non esiste progresso civile senza una difesa radicale dei diritti dei lavoratori.
Una stagione difficile ed esaltante che culminò nella più grande manifestazione di popolo della storia repubblicana.
Ora tocca a noi, a questo gruppo dirigente, darsi nuovi traguardi.
“Riprogettare il paese” abbiamo affermato nelle nostre tesi congressuali.
Obiettivo nobile ed ambizioso.
Nel compiere una così importante impresa non possiamo esimerci dal ripensare anche a noi.
Io vedo in questa affermazione una sorta di prova generale.
Una prova che riguarda tutti.
Le nostre strutture, i nostri delegati, l’insieme dei gruppi dirigenti.
A Salerno dobbiamo proseguire con maggiore insistenza sulla strada del rinnovamento.
Abbiamo già prodotto molto, questa platea, i tanti giovani presenti, il numero sufficientemente alto di compagne sono per noi elementi di incoraggiamento.
La loro presenza, il loro impegno ci aiuteranno ad incontrare e parlare alle tante solitudini spesso a noi invisibili.
La solitudine degli anziani, dei lavoratori immigrati, dei giovani immersi nel lavoro nero.
La CGIL deve offrire loro non una solidarietà astratta ma la prospettiva di un impegno.
Noi pensiamo di poterlo fare con il nostro radicamento sociale, il nostro senso di appartenenza, il nostro orgoglio di militanti di una grande organizzazione.
Per noi, per gli uomini e le donne della CGIL questo impegno, questa lotta, quest’orizzonte, come sosteneva Enrico Berlinguer, “può riempire degnamente una vita”


12 Gennaio 2006 Ufficio Stampa Cgil Salerno