| di Anselmo Botte (Segreteria CGIL Salerno) |
Quando a prevalere è il caporalato etnico
Il lavoro dei migranti nell’agricoltura Campana comincia a definirsi e a prendere consistenza agli inizi degli anni novanta. In quegli anni si fa sempre più evidente la difficoltà a reperire manodopera locale, e nel contempo hanno inizio i primi robusti ingressi di stranieri. Ad essere interessati saranno i due contesti agricoli del Casertano e del Salernitano. Nel primo si concentreranno in prevalenza migranti provenienti dall’Africa subsahariana, nel secondo soprattutto dal maghreb. Non vennero reclutati nelle grandi aziende dove resisteva ancora il bracciantato italiano, composto in parte da lavoratori locali e in parte da flussi di migranti provenienti dalle aree interne; si trattava soprattutto di donne in età avanzata, che lavoravano nella stessa azienda da anni, e che rientravano nella dimensione contrattuale classica del bracciantato: per intenderci le cinquantuniste, centuniste e in qualche caso centocinquantuniste. I migranti vennero invece impiegati nelle aziende agricole medio-piccole. Quelle meno rispettose delle norme contrattuali, dove era molto diffuso il lavoro nero, il sottosalario, e dove la gestione del mercato del lavoro era di competenza esclusiva dei caporali. In quella fase di crisi nel reperimento della manodopera agricola, i caporali ebbero un ruolo decisivo, infatti i conduttori delle aziende medio piccole si affidarono esclusivamente alla loro criminosa attività per intercettare lavoratori stranieri. I caporali si rivolsero dapprima ai leader delle comunità presenti sul territorio; questi determinarono una sorta di intermediazione di secondo livello tra i loro concittadini e il caporale italiano di turno. Col tempo i leader soppiantarono i caporali locali, trasformandosi a loro volta in caporali. Nasceva il caporalato etnico.
Il lavoro dei migranti nell’agricoltura campana si innestò quindi su piaghe antiche, aggravato dalla loro posizione: quasi tutti i migranti erano in una situazione d’irregolarità nei confronti di una norma ancora acerba. La condizione di irregolari rendeva questi lavoratori più ricattabili, oltre che alimentare il livello di lavoro nero e irregolare. Manodopera “invisibile” che ben si conciliava con le esigenze delle aziende agricole, caratterizzate da attività che si sviluppavano e si esaurivano nell’arco di poche giornate lavorative, praticata in fondi diversi, spesso molto distanti fra loro. Le funzioni ispettive e di controllo inesistenti e lo smantellamento del collocamento pubblico non contribuirono a capire quello che stava accadendo, la situazione degenerò e si arricchì di ulteriori elementi delinquenziali a seguito della sanatoria del 2002. Come è noto fu la prima sanatoria che vincolò la regolarizzazione all’emersione del lavoro nero con l’obbligo della stipula di un contratto di lavoro. Caporali e datori di lavoro disonesti, ma anche la delinquenza comune e organizzata, imbastirono una truffa colossale fatta di falsi contratti, aziende inesistenti e laute tangenti estorte ai migranti, i quali pur di regolarizzare la propria posizione non badarono a spese (per ogni contratto sborsarono ai caporali 2-4mila euro). Nel casertano fece scalpore una richiesta di regolarizzazione per un centinaio di migranti avanzata dal cosiddetto “Sandokan”, esponente di spicco della camorra campana. Dopo quella sanatoria tutti gli ingressi di manodopera nel settore primario attraverso i flussi per lavoro stagionale si sono caratterizzati con le stesse modalità: migranti taglieggiati, costretti a pagare fino a diecimila euro per ingressi che il più delle volte erano a tempo, e spesso anche falsi. In questo modo si alimenta ininterrottamente il serbatoio della irregolarità dei migranti: i caporali etnici hanno assunto un ruolo fondamentale in questo colossale imbroglio, sono loro che hanno i contatti con i loro connazionali interessati a venire nel nostro paese, e sono sempre loro a gestire tutte le fasi degli ingressi. Avviene in questo passaggio una sottomissione incondizionata dei migranti al loro caporale, una vera e propria riduzione in schiavitù. Sta in questo l’elemento di novità caratterizzante il caporalato etnico: il ricatto esistenziale, legato alla regolarizzazione, al permesso di soggiorno, va al di la dello sfruttamento economico sociale e lo proietta in una associazione delinquenziale transnazionale riconducibile alla tratta di esseri umani ai fini di sfruttamento lavorativo. Nelle campagne campane il caporalato etnico ha soppiantato quello nostrano imponendo una forte regressione per quanto riguarda i diritti, la paga giornaliera è ferma da più di un decennio a 25 euro, per un orario che spesso raggiunge le dieci ore, mentre risulta in espansione il cottimo. La schiavizzazione dei braccianti stranieri ha pesantemente drammatizzato il fenomeno del caporalato, la violenza dei caporali etnici ha provocato la morte di decine di migranti -quelli che hanno tentato di opporsi- e una frattura nel mondo dell’immigrazione e all’interno delle stesse etnie. E’ evidente che il lavoro nero fa da corollario al fenomeno creando un binomio inscindibile tra l’attività informale, che rappresenta ormai un elemento strutturale del mercato del lavoro agricolo, e l’immigrazione irregolare che ne viene disgraziatamente attratta.
In questo contesto di estrema instabilità esistenziale il problema dell’alloggio assume conseguentemente le caratteristiche di una sistemazione di estrema provvisorietà. La totale assenza di strutture di accoglienza sul territorio campano, l’indisponibilità dei datori di lavoro agricolo ad offrire soluzioni abitative, ha evidenziato la drammaticità relativa alla ricerca di alloggi. Abitazioni di scarsa qualità nei centri urbani e forme di autorganizzazione tra i migranti, drammi abitativi che si traducono in ghetti sulla Domiziana e nella Piana del Sele. L’indifferenza delle istituzioni e lo stato di abbandono esistenziale dei migranti hanno fatto di questi luoghi delle “discariche umane”. Ciò rende il quadro sanitario drammatico, aggravato dall’assenza di prevenzione per quanto riguarda la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro: sostanze chimiche molto tossiche, maneggiate con estrema disinvoltura.
Uscire da questa situazione non sarà semplice, si continua a parlarne poco, il lavoro agricolo sembra sparito non solo dalle analisi socio-economiche, ma dalla circolazione.
Articolo pubblicato su Rassegna Sindacale n. 45 –Dicembre 2011-
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