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1) La prima testimonianza è di GIOVANNA CAIAFA, quarantanovenne
mamma del Vallo di Diano, tre figli, vedova dal 1991, che nel
1972, a soli 16 anni, parte con il marito Pietro Rocco per raggiungere
la Germania dove già da oltre 10 anni lavorava il suo papà
Michele.
“Non avevamo altra scelta perché da noi non c’era
neanche l’ombra di un lavoro più o meno duraturo né
per me né per mio marito”. Inizia con questa premessa,
comune a quasi tutti quelli che lasciavano e lasciano ancora l’Italia
per un lavoro, il racconto della dinamica Giovanna.
“Eravamo poco più che ragazzini quando, appena sposi, io
e mio marito decidemmo di trasferirci a Waissenburg, nel Bayer, dove
trovammo lavoro io in una fabbrica di colori e Pietro in una ditta di
legnami. Inizialmente le difficoltà furono numerose, sia perché
non conoscevamo neanche una parola della lingua tedesca, e quindi incontravamo
difficoltà a socializzare, sia perché nella zona dove
abitavamo non vendevano prodotti alimentari tipicamente italiani come
pasta, vino, pane, eccetera, e quindi incontravamo difficoltà
anche nel mangiare. Complessivamente il rapporto con i tedeschi era
buono, nonostante ciò, però, dopo un anno ce ne tornammo
in Italia perché dovevo partorire e preferivo farlo nel mio Paese.
Dopo alcuni anni, nel 1977, sempre per mancanza di lavoro nelle nostre
zone, decidemmo di ritornare in Germania, stavolta però a Stoccarda,
dove sia io che mio marito trovammo lavoro in una fabbrica di scarpe.
In questa seconda permanenza in Germania ci trovammo più a nostro
agio perché socializzammo con più facilità con
i colleghi di fabbrica e non patimmo altre difficoltà di integrazione
sociale, in quanto anche i nostri figli frequentavano regolarmente la
scuola ed usufruivano, come noi, di tutti i servizi assistenziali e
socio-sanitari. Nell’85, per motivi familiari, ritornammo in Italia
e, purtroppo, nel 1991 morì mio marito. Ora vivo a Teggiano,
nel Vallo di Diano, ed i miei figli, Maria Rosaria, Cono e Michele ormai
sono maggiorenni e vivono tutti e tre in Italia. Posso dire, comunque,
che in Germania la mia famiglia, grazie anche alla propositiva collaborazione
delle organizzazioni sociali presenti sul territorio, si è trovata
bene ed ha registrato in più occasioni sostegno solidale e disponibilità
della gente”.
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2) FRANCESCO ANTONIO GRANATO, pensionato di Sala Consilina,
66 anni ben portati, nel 1956, a 17 anni, fece la prima esperienza da
emigrante.
“Mi imbarcai dal porto di Napoli su una nave carica di giovani
disperati in cerca di lavoro, dopo oltre 15 giorni di navigazione arrivai
in Venezuela carico di attese e di speranze e, grazie a mio fratello
e mia sorella che già stavano lì da tempo, trovai subito
un lavoro come “pulitore di pavimenti”, ha commentato il
pensionato di Sala Consilina.
“In Venezuela mi fermai pochi anni e, dopo il ritorno in Italia,
sempre in cerca di una condizione di vita migliore, continuai a girare
il mondo con altre tappe in Germania, Svizzera e Francia. Posso dire
che il rapporto con i venezuelani era ottimo perché soprattutto
a noi italiani volevano molto bene, nonostante molti di essi fossero
più poveri di noi. Posso aggiungere – prosegue Francesco
Antonio - che non ho avuto problemi di integrazione sociale neanche
in Germania, Svizzera e Francia. Un ricordo che mi piace evidenziare
è che quando stavo in Venezuela ebbi il piacere di assistere
da vicino ad una visita di Fidel Castro, il suo carisma e le sue parole
fecero scattare in me una forte convinzione politica a sostegno della
“Sinistra” che ancora oggi porto con me”.
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3) GIOVANNI PALLADINO, 65 anni, pensionato, 35 anni trascorsi
a lavorare in Svizzera, partendo da lavapiatti fino ad arrivare
a dirigente di un noto Hotel. Conosce cinque lingue (francese, tedesco,
inglese, spagnolo e italiano) ed ora vive le giornate godendosi quei
luoghi del Vallo di Diano che da giovane ha dovuto lasciare.
“Avevo 20 anni quando sono partito per Zurigo, ho fatto tutti
i tipi di lavori, dai più umili ai più impegnativi, però
posso affermare con serenità di essermi trovato sempre bene con
gli svizzeri. Anche i miei tre figli e mia moglie non hanno incontrato
difficoltà ad ambientarsi, questo grazie anche alla disponibilità
della gente del luogo che, superata la diffidenza dei primi tempi, ci
stimava ed era solidale”.
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4) “Quando sono partito per l’Argentina nel 1953
avevo 18 anni, ora ne ho 70 e da allora tante cose sono cambiate”,
spiega TOMMASO CIORCIARI, pensionato di Sanza che ha tanta
voglia di raccontare ogni momento della sua intensa vita vissuta all’estero.
“Dopo 18 giorni di navigazione approdai finalmente in Argentina
dove iniziai subito a lavorare, prima in fabbrica, poi come muratore
ed infine come meccanico. Fino alla pensione sono stato sempre nel paese
sud americano insieme a mia moglie Maria Carmela ed ai nostri tre figli.
Ora abito a Sanza, con una pensione bassissima e ogni tanto torno in
Argentina dove, dopo le difficoltà iniziali degli anni Cinquanta,
non abbiamo avuto più problemi di inserimento e ambientamento.
Mi rendo conto che non posso dilungarmi molto, però, per evidenziare
le difficoltà che comunque pure ho incontrato all’estero,
sottolineo che sono stato costretto a sposarmi mediante “procura”
perché la mia fidanzata (attuale moglie che abitava in una famiglia
con 11 figli) poteva raggiungermi in Argentina solo se, con certificazione
di matrimonio, dimostrasse di essere coniugata con me. Una situazione
incresciosa, obbligata e d’altri tempi, in quanto neanche io avevo
la possibilità di tornare in Italia per sposarla. Ciò
determinò che la mia Maria Carmela fu costretta a raggiungermi
in Argentina dopo sei lunghi mesi dalla data del matrimonio celebrato
per “procura”.
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5) “Sono stato in Svizzera 24 anni a fare il “pavimentista”
e quando sono partito da Teggiano, nel 1958, avevo 25 anni e tanta voglia
di affermarmi nel campo lavorativo per formarmi una famiglia”.
A parlare è AGOSTINO LA CAVA, 74 anni, che accompagnato dalla
sua consorte, Angela La Maida, nella sede dello Spi-Cgil di Sala Consilina,
spazia a 360 gradi sui momenti salienti che hanno caratterizzato la
sua ultraventennale permanenza nel Paese elvetico.
“Abbiamo lavorato senza avere problemi sia io che mia moglie che
lavorava in un’azienda per la coltivazione dei funghi , ed abbiamo
avuto sempre il rispetto dei nostri diritti. Non abbiamo avuto difficoltà
neanche per i nostri tre figli, sia nella frequenza della scuola che
nei servizi come ad esempio quelli della sanità e delle attività
ricreative e culturali”, afferma Agostino.
“Devo dire che tra noi emigrati – aggiunge - qualcuno non
veniva trattato con le stesse attenzioni che gli svizzeri riservavano
a noi. Spesso, infatti, tra noi italiani c’era qualcuno che non
rispettava le regole del vivere civile e quindi veniva trattato con
distacco dagli abitanti del luogo. In linea di massima posso però
affermare che il rapporto tra italiani e svizzeri è sempre stato
ottimale e che nei momenti difficili c’e sempre stata grande solidarietà”.
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6) “Forse sono uno dei pochi che nel 1956 riuscì
a partire per il Venezuela già con un contratto di lavoro,
ottenuto mediante istanza presentata all’ex Ufficio di Collocamento
di Zona. Presentai domanda per andare a lavorare come falegname nel
Sud America perché a Sala Consilina molti dei lavori che facevo,
per la crisi economica che imperversava nel dopoguerra, non mi venivano
pagati. In Venezuela non conoscevo nessuno, ma mi ambientai subito grazie
alla collaborazione degli italiani che già lavoravano lì
e degli stessi venezuelani”. Ora ho 74 anni, sono tornato con
mia moglie Giuseppina a vivere a Sala Consilina e purtroppo devo dire
con rammarico che dopo tanti anni di sacrifici sono costretto a vivere
con una pensione da fame: 516 euro io e 216 euro mia moglie”.
A raccontare questo scorcio di vita all’estero è MICHELE
VILLA PIANA, che, ora, con l’amore di Giuseppina e dei suoi due
figli si gode nel Diano la sua terza età. “Ho bisogno di
riposo in quanto le ho passate di tutti i colori. Ne ricordo una per
tutte: nei primi anni che stavo in Venezuela avevo messo da parte circa
tre milioni delle vecchie lire per venirmi a sposare in Italia, quando
andai in banca a prelevare questi soldi fui vittima di una rapina che
in pochi attimi mi ripulì di tutti i risparmi che ero riuscito
a mettere da parte per il matrimonio. Ricordo con piacere la solidarietà
dell’impresa dove lavoravo: per farmi venire a sposare in Italia,
visto che a causa della rapina subita ero rimasto senza neanche un soldo,
mi regalò il danaro per pagarmi il biglietto per il ritorno dal
Venezuela all’Italia”.
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7) “Avevo 25 anni quando disoccupata e componente di una
famiglia con dieci figli ho preso il coraggio a due mani e sono partita
per la Svizzera”. L’affermazione è di ANGELINA CETROLA,
64 anni, coniugata con Gaetano Palladino e madre di due figli,
che presso la sede del sindacato pensionati Cgil racconta storie e sensazioni
provate durante gli otto anni di vita trascorsi all’estero. Anche
se avevo già un contratto di lavoro in tasca per andare a prestare
servizi di pulizia presso un ospedale elvetico, la partenza dal salernitano
è stata molto dura perché lasciare improvvisamente amici
e affetti familiari ritengo non sia facile da accettare per nessuno”.
“Comunque mi sono adattata in tempi stretti alle nuove abitudini
del posto e dopo un anno e mezzo mi sono anche sposata. In otto anni
di permanenza in Svizzera ho cambiato, senza troppe difficoltà,
diversi lavori e questo mi ha aiutato non poco a sentirmi più
sicura e più socialmente integrata. Questo dato mi fa capire
che i tanti immigrati in difficoltà presenti anche nelle nostre
zone – fa notare Angelina – se avessero più possibilità
occupazionali e di mettersi in regola con le normative vigenti, potrebbero
integrarsi meglio, avere una casa, costruirsi una famiglia e rappresentare
una risorsa sempre più rilevante per le esigenze del Paese”.
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8) “Sono partito per l’Inghilterra nel 1967 con
un contratto di domestico in tasca per lavorare presso l’Università
di Leicester. Per me, anche se le preoccupazioni invadevano
le mie giornate, questa opportunità di lavoro mi dava tranquillità
tanto da attenuare anche la delusione per il mancato scorrimento della
graduatoria per l’assunzione all’Enel di Napoli”.
BRUNO STARITA, 62 anni, coniugato, due figli e residente nella Valle
dell’Irno, ricorda come se fosse ieri il periodo di otto mesi
vissuto circa 40 anni fa, con la qualifica di domestico, presso l’importante
Ateneo inglese. “Ricordo bene che tra gli inglesi e noi che venivamo
da altri Paesi non emergevano discriminazioni sociali così palesi
e nette come quelle che negli ultimi tempi stanno emergendo verso gli
immigrati anche negli Stati europei più sviluppati. Ricordo anche
che a quei tempi in Inghilterra il costo dei prodotti di prima necessità
era molto alto, mentre si attestavano a livelli bassissimi le spese
per i divertimenti”. Nel 1968, Bruno ritorna in Campania per presentarsi
alla chiamata di assunzione, ormai non più sperata, all’Enel
partenopea. Ora però ricorda con piacere quegli otto mesi trascorsi
in Inghilterra e dice: “Esprimo per quel periodo una valutazione
positiva in merito all’importante ruolo nel campo sociale e lavorativo,
svolto all’insegna del rispetto dei diritti e dei doveri, dal
sottoscritto e da tanti altri lavoratori europei ed extracomunitari
giunti in Inghilterra per lavoro”.
Ufficio Stampa Cgil Salerno, 07/11/2005